Par condicio, ovvero la terzietà di Molari

L’11 marzo scorso, a Bologna, un’organizzazione giovanile legata a FdI, Azione universitaria, si prepara a entrare a Giurisprudenza in via Andreatta «per un dialogo con l’avv. Mazzacuva e il prof. Mezzetti sulla rilevanza della riforma Nordio per l’ordinamento giudiziario». L’ingresso viene impedito dall’occupazione preventiva del plesso di Belmeloro indetta dal Cua. Tutti fatti noti e chiari.

Di poco chiaro c’è il ruolo dell’Ateneo in questa faccenda. Dai canali Unibo, infatti, si apprende di «un incontro-dibattito» sui temi del referendum, previsto per «il 12 marzo, dalle 17 alle 19» sempre nei locali di via Andreatta. «L’evento si colloca inoltre in un anno particolarmente significativo per la storia costituzionale italiana […] l’80° anniversario» del primo voto delle donne, del referendum monarchia-repubblica, dell’elezione della Costituente. Tra i relatori figura anche «Nicola Mazzacuva, già Professore ordinario di Diritto penale e Presidente del Consiglio delle Camere Penali Italiane».

In apertura dei lavori del 12 marzo, il rettore Molari ha preso le parti di Au dicendo che gli organizzatori «erano in buona fede», sebbene non avessero «completato l’iter di autorizzazione». Eppure, tutti gli esponenti di FdI – Galeazzo Bignami in testa – che hanno commentato i fatti dell’11 hanno affermato che l’«evento [era stato] regolarmente autorizzato dentro l’Università». In effetti, già l’affermazione di Molari è autocontraddittoria: come può un rettore parlare di buona fede in mancanza delle ritualità di prassi? Ha sbagliato l’amministrazione universitaria, o Au ha forzato la mano?

Qualche dubbio viene.

1. Non è possibile accedere alla disponibilità dei locali universitari per un evento pubblico senza che gli uffici competenti, incluso il delegato ai rapporti con gli studenti, ne siano stati informati e abbiano concesso gli spazi.

2. L’evento coinvolgeva il prof. Mazzacuva in rappresentanza del «Comitato Camere Penali per il Sì». Una PA è tenuta a non svolgere «comunicazione» tendenziosa o di parte riguardo le tematiche referendarie in regime di par condicio. Ma fornire gli spazi per un’iniziativa politica così esplicitamente schierata è regolare?

3. Chi avrebbe dovuto prendere parte all’evento? Oltre ai neofascisti, c’erano due «studenti» che avevano provato a forzare il picchetto. Uno si è dichiarato «un partigiano monarchico», l’altro – si sente nel video pubblicato dal RdC – sarebbe figlio di «magistrati» e non esime dal brandire il suo membro. Il secondo puzza di classismo e maschilismo, il primo di antidemocratico. Meno male che sono 80 anni dal referendum per la repubblica…

4. Se era previsto già un incontro plurale per il giorno seguente, perché si è tanto insistito per tenerne un altro il giorno prima e per giunta senza contraddittorio? Il direttore del dipartimento, Federico Casolari, ha osservato che «la data dell’11 marzo, anniversario di Lorusso, era meglio evitarla». Un’osservazione meridiana. Quale più sfacciata provocazione?

Insomma, chi dice la verità: Molari o Bignami? Contro la logica, in questo caso possiamo dire che tertium datur. Nel gioco elettoralistico e in un quadro di forze politiche tanto oscillante tra destra e centrosinistra nei governi di Bologna e nazionale, l’Università tiene il piede in due scarpe. Da una parte, fa il gioco degli anti-antifascisti, il cui vittimismo è diventato la nuova cifra della libertà e legittimità politica di questo paese. Dall’altra, tiene il moccolo a un centrosinistra che rispolvera la vecchia retorica picista della difesa delle istituzioni senza sentir ragioni. Come negli anni ’70.