Violenti e nolenti

È successo di nuovo. Un morto ammazzato dalla polizia, Abderrahim Fakir, e la piazza si vendica. Questa volta riguarda direttamente Bologna e per giunta il Pilastro, quartiere protagonista di una lotta che quest’anno ha portato la classi popolari a un confronto diretto e continuo con l’amministrazione e i suoi collaboratori in divisa. Il sindaco non ha saputo fare di meglio che cercare di prevenire i movimenti di piazza anticipando la convocazione di un presidio cittadino in cui far fare un passo indietro ai famigliari che chiedevano vendetta. Ma l’odio di classe non è una cosa privata: non sanno che il lutto dei subalterni è rabbia ritualizzata? Le tensioni che sono succedute al presidio hanno consentito al Comune di riparare nel rassicurante «abbraccio del Questore» e di scaricare la piazza a esso notoriamente ostile, specie quella pilastrina. Tutto preventivato o, fuor di malizia, prevedibile. (Eppure, se non fossero così codardi e ottusi, quanto guadagnerebbero da un minimo di audacia e radicalità in casi come questo. Avrebbero un profilo politico più convincente se dessero seguito alla stampa di destra che li taccia di arruffapopoli. Opportunisti e burocrati, che miseria…). O comunque tutto già esperito dagli avi. La stampa locale di destra agita lo spettro del ’77, e varrebbe la pena ricordare almeno la lettura di quei moti fatta da Asor Rosa o Roversi: «due città» a confronto, quella dei garantiti e quella dei precari, vecchi bottegai e lavoristi contro giovani universitari proletarizzati e libertari; e il «Pci [che] era di un altro mondo». Vogliono rispolverare il copione, e non temono la farsa.

Á rebours: indietro e contro

Se invece vogliamo fissare uno sguardo di classe, potremmo accorgerci di una nuova conflittualità sociale la cui genealogia è riconoscibile dall’osservazione di tre momenti di lotta.

La giornata di lotta del 20 luglio 2026 si pone in progressione rispetto all’11 gennaio 2025 («battaglia di San Fra») e alla tappa formidabile del 2 ottobre 2025 (assedio della stazione). Nel giro di un anno e mezzo una generazione che non era mai scesa in piazza per lottare in maniera organizzata, ha maturato una esperienza pratica del conflitto che si è ripresentata come accumulo di sapere tattico: le barricate nel centro cantierizzato, la sanzione dei simboli del potere capitalistico e politico, l’assedio del palazzo, la resistenza a ondate tra ritirate e avanzamento per logorare il nemico.

Se l’elemento di continuità progressiva si dà sul piano tattico, il fattore di aggregazione sociale che ha allargato le fila dei manifestanti in città è tutto politico e va letto nella dimensione pratica dei rapporti coloniali trasferiti nel mondo occidentale.

Ma facciamo un passo indietro.

La notte dell’11 gennaio 2025.

Il presidio chiamato in piazza San Francesco si muove sin da subito in corteo e cerca di prendere la direzione del centro città, ma viene prontamente respinto dalla celere; ne segue uno scontro continuativo a suon di bomboni e a forza di barricate lungo traiettorie alternative per il centro. Una vera e propria rivolta. La questura stessa scaricò in parte le realtà antagoniste della responsabilità di quanto avvenuto, individuando in giovani e giovanissimi gli autori della chiamata e l’anima dell’azione. I ragazzi con le magliette a strisce del ‘60 oggi sono i ragazzi con il cappellino Gucci? Può essere, ma per non fare un’epica del riot, bensì volendo stendere delle note analitiche di quello che a molti sarà parso un evento nuovo nelle dinamiche di piazza, cerchiamo di fissare alcuni punti.

0. Molte lotte sociali legate al lavoro e prima ancora al diritto all’abitare hanno visto dagli anni ‘90 protagoniste le realtà immigrate cittadine. Il periodo non è casuale: l’inizio della globalizzazione neoliberale ha innescato un nuovo movimento umano dai paesi cosiddetti decolonizzati, che è stata gestita riadattando modelli coloniali di controllo e sfruttamento della popolazione non bianca ai contesti legali e sociali degli stati-nazione in domo; il che, non di rado, ha voluto dire anche accoglienza come prigionia: in domo Petri, dove le finestre son senza vetri. Ma più spesso: ghetto.

1. Le seconde generazioni della popolazione immigrata sono scese in piazza a seguito dell’omicidio di stato di un ragazzo come loro. Uno di loro dichiarò: «Sono sedici anni che subisco soprusi dalla polizia». Chi voglia stendere una teoria dei sentimenti sociali, veda alla voce rabbia. Non stupisce che la violenza dei giovani si fosse immediatamente rivolta contro chi quotidianamente si incarica di controllarli e angariarli in quanto tipicamente pericolosi. Razzismo chiama rabbia.

2. Richiesti dei ragazzi quale scuola frequentassero, risposero risolutamente: «Io lavoro. Tu quanto guadagni [per essere andato a scuola]?». La consapevolezza del sistema nel quale vivono si manifesta in rifiuto della logica di mercato attuale che sta smantellando l’efficacia sociale dell’istruzione trasformandola in mera appendice della produzione di valore per il capitale: ovviamente, un valore a perdere per il (futuro) lavoratore, che mentre insegue il moltiplicarsi dei titoli utili per «un buon posto di lavoro» spende il risparmio accumulato o si indebita. Il soggetto marginalizzato ha capito subito la logica del sistema, e rifiuta l’istruzione per abbreviare a suo vantaggio il transito a «produttore», quali che ne siano le condizioni.

3. Nel 2025, saranno stati un paio d’anni che i bianchi avevano visto entrare nel centro città i «maranza». Nonostante il culto riservato da questi ai simboli di status, come vestiti e accessori griffati, essi sono socialmente estranei al mondo del lusso. Non è un caso che la loro rabbia si sia abbattuta nelle vie del centro sui luoghi simbolo della loro esclusione sociale. Non è chiaro se voler entrare da Luis Vuitton per la vetrina escluda definitivamente l’aspirazione a entrarvi dalla porta, usciere permettendo.

4. Nel 2025 la città aveva da poco assunto la strana forma di un cantiere permanente, qualcosa di più simile a una strada o viale di suburbio che a un centro città. Qui l’abitante della periferia si trova stranamente a suo agio: trova nei cantieri qualsiasi cosa possa essergli utile alla edificazione di barricate. I dehors dei bar, proliferati grazie alla gentrificazione e per ammortizzare il lock-down, offrono il resto. La polizia fronteggiò questo scenario sganciando lacrimogeni, come non faceva ormai da anni.

Questi, per la gran parte, erano i violenti. Ma in una città di bianchi la maggioranza assoluta è di bianchi. Scegliere di manifestare il sabato sera può creare una congiuntura inedita: studenti, lavoratori, turisti sono a spasso, mentre infuria il pandemonio tra barricate e lacrimogeni. Quasi tutti non sanno nulla di quello che accade e quando incrociano la rivolta, chiedendo allarmati «Che è successo?», si sentono rispondere più volte: «Hanno ammazzato un ragazzo». La reazione è di incomprensione, forse sospendono il giudizio; ad ogni modo, non si uniscono ai disordini. Questi sono i nolenti.

In molti sono riuniti sulla scalinata della basilica per commemorare il trapasso di De André secondo la cerimoniale Cantata anarchica. Quando il plotone di militari sfila loro affianco, gli anarchici inseguiti lanciano improperi all’indirizzo della scalinata: «Siete solo dei freakettoni del cazzo!».

Quali saranno i motivi di questa abulia? Molti e scontati, senz’altro; ma un’osservazione si potrebbe avanzare che abbia quantomeno carattere diagnostico: la colonialità dei rapporti sociali odierni sembra avere scardinato qualsiasi possibilità di ricomposizione di classe, al punto che la violenza degli oppressi implica per una sorta di diretta e istintiva reazione l’incomprensione e la stasi del resto della classe. Il fatto è che quando la violenza di sistema viene inframmezzata di criteri razziali, i bianchi perdono la cognizione di quella violenza perché se ne sentono contemporaneamente al sicuro e protetti. È così che l’intervento della forza poliziesca può addirittura essere salutato come rassicurante: perché mette fine a un improvviso turbamento di cui non si riconoscono le ragioni.

Di nuovo oggi, passando per la stazione

Ad oggi, tuttavia, più di qualcosa sembra essere cambiato. Le giornate di lotta a fianco del popolo palestinese hanno segnato senz’altro un salto di qualità e quantità nella pratica della lotta, sebbene ancora non consolidato in coscienza politica generale. La gente ha avuto allora una prospettiva pratica, un obiettivo da praticare, e lo ha fatto utilizzando in proprio l’organizzazione nella quale il capitale già aveva sistemato la vita: satelliti, social, smartphone. Non è un caso che qualcuno, il 20 luglio, abbia rispolverato – assurdamente – la provocazione: «La stazione non è lontana». Obiettivo sbagliato? Forse stava solo tornando sui primi passi della sua coscienza in rivolta. Si torna sempre dove si è stati felici.

Meno spesso si riflette sul perché. Che cosa ha unito un fronte sociale sempre più largo, che neppure l’esodo estivo ha sensibilmente disperso?

L’ossessiva propaganda sulla sicurezza va capovolta per una corretta lettura: si tratta di insicurezza sociale garantita dall’ordine statuale, anche a mezzo legale di impunità dei suoi esecutori. Quello che per Ramy si poteva ancora non capire, ma che la Palestina genocidiata e i decreti sicurezza hanno rivelato in maniera lampante, è ora sulla bocca di tutti: «Aboliamo lo scudo penale», gridavano al presidio del 20 luglio. Queste leggi sono la misura esatta della sottomissione al sistema produttivo e del dominio assoluto della riproduzione della vita. Non azzardatevi a ribellarvi, dicono dal governo. Noi sentiamo solo nostri simili gridare sempre più piano: «Aiuto».

Il 20 luglio, insomma, si sono viste confluire, per scenari e modalità di lotta, le due date precedenti. Una nuova consapevolezza conflittuale è nata. Non spetta a nessuno organizzarla per farla emergere dalle secche dello spontaneismo. Occorre semmai mettersi a disposizione e condividere saperi tradizionali di lotta. Si tratta di mondi ancora separati, e tra società separate valgono solo alleanza e servizio, non inclusione o integrazione. La forza dei soggetti colonizzati sta proprio nel loro orgoglio soggettivo, la loro resistenza alla disgregazione, a una assimilazione degradante: è già una soggettività potenzialmente rivoluzionaria, solo che in parte noi occidentali non ne sappiamo bene intendere il linguaggio, in quanto denso di elementi culturali che non sempre intendiamo per mezzi politici.

Il processo di ricomposizione di classe necessita di unione nella lotta, ma anche di generalizzazione della lotta a tutti i campi della vita dominata dal lavoro. Occorre andare in questa direzione, lottare per sé assieme agli altri: senza la classe, niente programma rivoluzionario. E se da questa parte del mondo alla fin fine quasi nessuno vorrà viverla, questa benedetta rivoluzione, perché sente di perderci qualcosa a cui altri invece aspirano; ebbene, che il mondo vada pure in malora. Ma come che sia, violenti o nolenti, ci si fa delle illusioni. Il mondo non appartiene né agli uni né agli altri. Essi si reputano diversi e invece sono divisi.

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