Archivio mensile:Dicembre 2025

La fabbrica aperta: letteratura e teatro in assemblea permanente

Mica lavoro alla Fiat.

mio padre

Che senso ha che letteratura e teatro entrino in fabbrica se la fabbrica è ferma?

Cominciamo col rispondere che la fabbrica è ferma ma non è vuota, è ferma ma è agitata, ci sono gli operai ma non lavorano, ossia lavorano ma non producono. Il paradosso si risolve così: un’azienda sana delocalizza, gli operai si riuniscono in assemblea permanente per resistere al licenziamento, la lotta per il lavoro diventa il loro lavoro.

Le epoche di transizione sono epoche paradossali. La nostra è un’epoca di transizione: di transizione ecologica, dicono, o più concretamente di transizione produttiva. A partire dagli anni ‘80, deindustrializzazione ha significato fine del vecchio modo di produrre e di lottare, precariato e riflusso. Poiché la realtà corre in anticipo sulle idee, le contraddizioni reali del conflitto capitale-lavoro assumono la forma di contraddizioni logiche, paradossi. La questione sta così: se il lavoro è contemporaneamente il mezzo e la condizione essenziale attraverso cui il capitale genera bisogni e li soddisfa in forma di salario e merce (una pagnotta due ore di lavoro, uno smartphone settanta ore, etc.), nel momento in cui viene pianificata la desertificazione lavorativa di un intero territorio, il capitale si trova a generare contemporaneamente un bisogno abnorme e condizioni nuove: bisogno di lavoro, ma di lavoro liberato dal capitale. Negli ultimi decenni abbiamo visto il capitalismo smaterializzarsi: con un log-in siamo ammessi al lavoro gratuito sui social o eravamo assunti senza contratto come rider; i salari sono diminuiti, ma i compensi dei dirigenti sono aumentati in scala geometrica; i licenziamenti arrivano con una e-mail o un sms; le sedi legali e fiscali di grandi gruppi sono emigrate; la produzione è stata delocalizzata; ingenti quantità di capitale, grazie anche alla sottrazione di risorse pubbliche, sono state liquidate nella spartizione di dividendi; gli stabilimenti dismessi vengono venduti a società occultamente collegate alle vecchie proprietà in modo da rientrare del capitale fisso. A che servirà questo immenso accumulo di liquidità? Sembra un film già visto. Mi pare s’intitolasse 1929. Fuga di capitale. In Italia, il settore automobilistico è il protagonista assoluto di questa tattica, perché non si fa carico di alcuna transizione, ma è chiaramente in dismissione. Se i padroni ragionano per paradossi, forse lo fanno per disorientare i lavoratori. Eppure, questa volta, rispetto agli anni della sconfitta e del riflusso, la classe operaia non si è fatta trovare impreparata, nonostante sia ormai decimata.

È forse per questo che l’assemblea permanente exGkn è divenuta un centro gravitazionale: perché non è vero che Achille non raggiungerà mai la tartaruga. Tutti i giochi di parole del potere vengono respinti dall’intelligenza pratica operaia, che risolve i paradossi dimostrando la falsità delle premesse: che le cose stanno tutte in un altro modo. L’intelligenza operaia non è altro che genio dialettico, fantasia calcolata che tutto rovescia, ossia mezzo commisurato ai fini, per dare dagli inferi l’assalto al cielo. Perciò, come vuole la praxis, se i padroni chiudono la fabbrica ai lavoratori, gli operai aprono la fabbrica al territorio. Può darsi che occupare oggi una fabbrica suoni ‘antico’: lo facevano i nostri avi; noi semmai siamo vicini ai tempi dell’Anticristo. Ma superiamo per un attimo le comodità apocalittiche, e vedremo subito la rassegnazione chialistica alla storia che fa tutto da sé con le sue crisi e catastrofi spazzata via dalla consapevolezza di vivere nello sviluppo storico dei rapporti produttivi. Come una volta, appunto. Gli operai toscani ci avvertono: non nova, sed nove, nulla di nuovo, ma come non l’avevate mai visto! È così che tutto torna ad avere senso, perché è come se all’improvviso ricordassimo dove ci troviamo, come in un déjà-vu. Oggi esserci vuole dire soprattutto ricordare.

Dove eravamo rimasti?

Il rapporto passato-presente – che è sempre falso nel secondo termine, in quanto presente vuol dire sempre futuro – implica un riesame del tempo di vita trascorso e delle sue ipoteche deterministiche, che non può che assumere forma paradossale. Chiedete all’operaio Danio di ripercorrere la sua storia, vi risponderà: «Per trent’anni, in fabbrica, tu eri libero perché avevi un padrone». Potrebbe sembrare che la condizione operaia dagli estremi ‘80 in poi abbia seguito una traiettoria diversa dalla generale precarizzazione, magari per effetto della progressiva deindustrializzazione del paese, sicché un’aristocrazia operaia, quali i metalmeccanici, si sia trovata a godere di contratti e salari più vantaggiosi della media generale dei lavoratori specializzati: in astratto, se a un pieno di bisogni soddisfatti dal capitale corrisponde un vuoto di conflittualità nel lavoro, possiamo desumere che sia questa la ragione dell’esaurimento simbolico della classe operaia nel campo delle lotte. Non più liberi di lottare, ma finalmente liberi dalle lotte. Se invece cessiamo di astrarre dalle reali condizioni di sviluppo capitalistico e disabitiamo il mondo delle apparenze, quel paradosso operaio sulla libertà operaia illumina immediatamente la contraddizione insanabile. Come nell’interpretazione di Gramsci del dramma di Cavalcante nel X dell’Inferno (vv. 63-68 forse cui Guido vostro ebbe a disdegno […] Come / dicesti? Elli ebbe? Non viv’elli ancora?), il tempo verbale conta.

Poiché la fabbrica è per natura organizzata al fine dello sfruttamento umano, nessun bisogno reale è realmente soddisfatto; il padrone si assicura solo la riproduzione del capitale variabile, cioè del lavoratore, per il solo mezzo della conservazione del luogo fabbrica; le condizioni autoritarie di subalternità, quindi, persistono. Quando un lavoratore trova soddisfazione a un sovrappiùdi bisogni individuali, come comprarsi una moto Guzzi, si sta rafforzando il suo bisogno di stare nella fabbrica; contemporaneamente, se egli «era libero» in fabbrica, è perché il padrone stava creando le condizioni per accrescere il plusvalore della fabbrica, comprensiva di tutte le sue annessioni, prima fra tutte la forza-lavoro che in una fabbrica evoluta è una «figura del capitale».

Sussumendo in sé l’intera vita sociale della forza-lavoro vivente, il capitale si autovalorizza secondo quel modello che l’Autonomia Operaia chiamava «fabbrica sociale»: «La città, e il territorio nella sua interezza, sono diventati […] l’elemento propulsivo dell’innovazione e dell’accumulazione. [Ma poiché] non esiste innovazione senza sviluppo e non esiste sviluppo senza crisi, questa crisi si riversa sulla città sotto forma di rendita fondiaria e nel territorio in generale sotto forma di squilibri […] In definitiva, quindi, non più estrazione di plusvalore solamente ed unicamente dal diretto lavoro operaio, ma estrazione e tendenza all’estrazione di plusvalore dall’intero valore sociale e dalla stessa integrazione territoriale» (Contro la città dei padroni, a cura del CDL Valmelaina, aprile 1974). Gli operai se ne erano dimenticati? Probabilmente stavano in guardia.

La chiusura della fabbrica da parte del padrone e l’immediata reazione degli operai rivelano in un solo momento l’esistenza del conflitto mai sanato: la tattica di azzerare il capitale variabile (lavoratori) per speculare sul capitale fisso (fabbrica) viene capovolta dai lavoratori, così ché la fabbrica torna a essere il fulcro pratico e simbolico della lotta per la direzione dei mezzi di produzione, che vuole dire tutto. Vuole dire potere disporre di mezzi e tempo per soddisfare i bisogni sociali reali. Vuole dire sapere leggere nelle parole del capitale e dei suoi referenti politici la verità della propria condizione: il capitale umano ‘deindustrializzato’ verrà affamato ma non disperso, il territorio finirà depresso ma non abbandonato; essi diverranno capitale umano e territorio da ‘reindustrializzare’ a fini (filiera bellica?) e condizioni contrattuali nuovi. A questo piano i lavoratori hanno opposto la «fabbrica socialmente integrata».

La resa dei conti è quindi apparecchiata, ed entra in gioco la memoria.

Letteratura working class

La memoria è il punto di vista da cui guardiamo alle nostre spalle. Sulle spalle sta una testa che guarda e non è la testa di un altro, che pure ha occhi per guardare: perché quando due fanno la stessa cosa, non è la stessa cosa. Il soggetto conta. Quella che una volta si chiamava letteratura industriale è stata una letteratura scritta ancora da autori di una élite intellettuale di estrazione borghese, che se avevano in qualche caso vissuto la fabbrica era stato negli uffici della Olivetti. Il loro rapporto con la fabbrica, anche quando si ponevano «istanze di appropriazione, istanze di trasformazione ulteriore» (Vittorini) della realtà industriale, era per forza un rapporto prepolitico, non conflittuale, e per conseguenza non trasformativo.

Data la dissociazione dalla realtà prodotta dai rapporti di forza industriali («è, caro Attilio, il patto industriale», Pasolini), la letteratura dei tempi industriali ha spesso praticato una poétique du regard, che riassociava soggetto e oggetto per il tramite dell’annullamento del primo nel secondo, come se la realtà esistesse di per sé e sempre al di fuori di me per effetto dell’alienazione propria del mondo imposseduto e continuamente spossessato. E fin qui siamo alla ripresa oculare – propria di automi nevrotici – degli effetti della realtà industriale. Ma è davvero possibile impossessarmi di nuovo della realtà senza la vita, annullandomi nell’oggetto: senza vita, esiste un soggetto? La risposta è forse più clinica che critica; e in effetti se si vuole porre la questione in termini di trasformazione del reale – l’unico modo di sentire la realtà è la vita –, essa dovrebbe riguardare non ancora il soggetto, ma già la persona: se in fabbrica, lavoro dunque non sono, e mi determino perché lotto; in letteratura, parlo di me secondo me, sono dunque soggettività.

Lo specifico della letteratura working class si ricava dal suo nome che è una formula operazionale: «working» indica e sussume la condizione dello sfruttamento; «class» implica la coscienza del proprio esistere sociale a condizione che esista una classe sfruttatrice; perciò, anche il momento letterario è lavoro e immediatamente lotta per la liberazione da esso. Una simile operazione non può che essere racconto di vita della classe lavoratrice, per la quale verità e fantasia non si aboliscono a vicenda, ma sono entrambe strumenti per l’abolizione dell’irrealtà del potere. Ecco perché autobiografia e autofiction sono tra i generi più praticati.

La fabbrica dei sogni

Si sa che «da tempo il mondo possiede il sogno di una cosa», e che quella cosa è la rivoluzione; e che, per farla, non si tratta «di tirare una linea retta tra passato e futuro, ma di realizzare le idee del passato» (lettera del settembre 1843 di Marx a Ruge); «di realizzarne le speranze», scrisse qualcun altro. Che cos’altro possono essere i sogni della fabbrica raccontata da Valentina Baronti?

Tra le scritture dell’io, La fabbrica dei sogni occupa un posto speciale. La struttura del libro è triadica: c’è la fiction (la storia di Agata e Lorenzo), ci sono sette sogni (i ricordi e la fabbrica occupata) e otto lettere (destinate ai due giovanissimi ideali dedicatari). All’ingrosso, la tripartizione si fonda sul tempo in questo modo: il presente della finzione, il passato-presente del sogno, il presente datato delle lettere. In pratica, il passato è il tempo del ricordo, e il presente è il tempo dell’azione dei personaggi – compresa la loro azione ‘sognante’ e ‘sognata’ – e della scrittura dell’io.

Le figure del ricordo sono essenzialmente due, la nonna e il padre: l’una è figura dell’oppressione femminile, l’altro della passione e della delusione politica. Questi simboli di un mondo che non appartiene a chi lo vive sono figure della memoria e come tali sono personaggi che agiscono nella fissità di un tempo irrimediabile: sono famiglia, il gene e la storia della solitudine di Agata. «Non ho mai visto i miei genitori volersi bene», le disse una volta il padre. Lorenzo e Agata, invece, sono i personaggi del tempo che scorre, la cui corrente sembra fatta per sciogliere inesorabilmente i grovigli umani che il mulinare dei suoi vortici avevano per un momento annodato. Il vortice, in questo caso, è stata l’occupazione della fabbrica. Se Agata arriva alla fabbrica, è perché vi è attratta dalla sua memoria familiare: non c’è scampo; eppure non è una condanna, bensì una liberazione. La lotta operaia che lì si conduce è, infatti, l’occasione per ripopolare e fertilizzare il deserto esistenziale del mondo a scadenza creato dal precariato, e per rendere finalmente bella la vita in modo da riconciliarsi con i morti. A dimostrarlo, è ancora il tempo narrativo. Che siano sogni o vicenda, l’unico tempo in cui memoria e vita, personaggi e figure si incontrano è il presente della lotta di fabbrica.

La sola sezione uniforme e apparentemente a sé è quella epistolare, di volta in volta intitolata dalla datazione: il tempo è quello reale della scrittura, perché solo qui compare l’io scrivente, che mentre fa metaletteraria professione di sé, rinnovando la «room for her own» di Virginia Woolf, si identifica con Agata. Proprio perché il resto del romanzo è in terza persona, manca l’io narrante, naturale in una autofiction. Nonostante ciò, le caratteristiche del genere sono rispettate, o meglio appaiono riformate da una volontà pratica precisa: la separazione tra personaggia e autrice è in uno stesso momento compiuta e ricucita da un’istanza di realtà. E non tanto perché apprendiamo sin da subito che la storia di Agata è la storia vera dell’io scrivente-epistolare, ma per via della data nel paratesto. Tutte le date (19 luglio 2021-20 novembre 2023) rappresentano, infatti, altrettanti momenti della ormai triennale vertenza. Ma c’è di più: nelle lettere compare spesso una rassegna stampa sulla vertenza. Inserire in un testo letterario delle fonti giornalistiche senza manipolarle o inventarle imprime a viva forza un marchio di autenticità storica anche al tempo apocrifo della fiction.

Il lettore non ha scelta. Egli deve subito fare i conti con una storia che lo coinvolge perché è ancora in corso – «perché se sfondano qui, sfondano dappertutto» –, e della quale i personaggi stessi gli stanno chiedendo conto; infatti, sia che essi emergano dal passato, sia che scaturiscano dall’invenzione, la loro tangibilità è garantita dall’io storico dell’autrice. Insomma, l’io scrivente è la soggettività necessaria della letteratura-lotta, perché la sua attività reca implicito il tempo che manca: il futuro del desiderio. È dunque evidente che la struttura del romanzo sia costituita dal tempo, cui è affidata l’intera strategia narrativa e persuasiva – vorrei dire propagandistica – del libro. Del resto, che cos’è il tempo se non qualcosa che vendiamo sebbene ne abbiamo sempre meno: quale paradosso, una letteratura che si fa lotta ha più merito se scioglie?

La fabbrica-scena

Se lo sfruttamento è universale, che senso ha chiedere a chi lotta per il lavoro come sta? «Noi stiamo così e voi come state? Voi tutti, come state? Perché la cosa è paradossale» (24 luglio 2021). La domanda del collettivo di fabbrica è ormai celebre, e a ragione! Perché fintanto che i lavoratori non si organizzano nuovamente, continueremo a vivere nel paradosso capitalistico del lavoro senza lotta, che è come dire del lavoro senza utilità sociale. Non a caso la domanda figura anche nello spettacolo Il Capitale. Un libro che ancora non abbiamo letto, pronunciata da un operaio del collettivo. Che ci fa un operaio sul palco assieme a una compagnia teatrale, la Kepler-452? Non intendo che cosa ha spinto la compagnia verso la fabbrica, ma espressamente che cosa ci fa la fabbrica sul palco. Per rispondere, occorre prendere in considerazione la drammaturgia de Il Capitale.

Si tratta di una scrittura collettiva che combina il tradizionale teatro didascalico all’artificio del metateatro. Mentre lo spettatore è straniato, secondo il più tipico espediente del teatro epico brechtiano, dagli estratti del libro di Marx proiettati in didascalie armoniche con la generale scenografia industriale – siamo noi spettatori a «non avere ancora letto» Il Capitale: gli operai non ne hanno bisogno –, i personaggi dicono e sceneggiano come lo spettacolo sia venuto fuori, raccontano del loro incontro con due giovani autori bolognesi («quelli della Digos»), raccontano la loro vita in fabbrica e soprattutto di come trauma e resistenza al licenziamento collettivo abbiano cambiato le loro vite («Non avevo bisogno di uno psicologo, avevo bisogno di occupare una fabbrica!»). Biografia e dramma, spettacolo ed esistenza si sommano in un divenire che dal 9 luglio 2021 porta, attraverso quaranta mesi di lotta operaia, alla scena odierna. Ma il punto è questo: la scena è diventata la fabbrica, e noi siamo finiti nell’occupazione. Noi non vediamo attori e attrici, ma personaggi vivi. A dimostrazione dell’operazione antimitologica sta, infatti, una frase: «lottare non è lavorare?». Sulla scena, quindi, non stiamo vedendo altro che i lavoratori lavorare davanti a noi. Il metateatro è così portato alle sue estreme conseguenze, e annulla la finzione per troppa realtà (non realismo!). Come anche nel libro di Baronti, siamo trasportati in un mondo vero, attuale, che ci riguarda, e lo siamo in un modo sincero, urgente, che interpella.

In definitiva, se letteratura e teatro diventano, a contatto con la lotta operaia, strumenti di propaganda, non si può che gioire. La sborghesizzazione delle lettere è salutare proprio perché condotta in una prospettiva convergente di lotta di classe che finora si voleva abortita e aborrita; e invece proprio la vecchia via per il futuro comincia a essere finalmente sgombrata: l’immaginazione di un mondo diverso nasce dalla realtà pratica che ricostruisce il mondo devastato, previo sabotaggio dei piani del capitale.

[Articolo apparso per la prima volta su Hubaut il 19/12/2024)

«A un dio fatti il culo non credere mai», cantava De André. Il riferimento è alla cacciata del segretario della Cgil, Luciano Lama, dalla Sapienza a opera di indiani metropolitani e autonomi, il 17 febbraio 1977. È l’anno centrale del compromesso storico: il governo Andreotti III si è formato con l’appoggio esterno – cioè la non sfiducia – del Pci, che poté sfruttare la crescita elettorale per imporsi come unico interlocutore del governo monocolore estromettendo i socialisti.

Sono anni difficili per chi deve tirare a campare, ma il sistema in qualche modo regge per tutti gli anni ’70: l’inflazione galoppa, trascinandosi dietro un’economia nazionale che smette di crescere e stagna; ma nonostante le accise governative sull’energia, il costo della vita è rimarginato dal meccanismo della scala mobile che, con qualche sfasamento temporale tra pubblico e privato, consente di recuperare il quantum salariale eroso dell’inflazione. L’istituzione sindacale di questa indicizzazione retributiva orizzontale – il cosiddetto «punto unico di contingenza» ­del 1975 – fu additata come responsabile del livellamento dei salari tra categorie diverse di lavoratori, fatto che avrebbe scoraggiato la competizione e la crescita del mercato del lavoro; il che, tuttavia, era valido a meno di considerare l’anzianità di servizio. Il problema vero era effettivamente quello dei giovani: disoccupazione e scarsa valutazione dei titoli di studio. In pratica, c’erano troppi laureati perché il mercato li riuscisse ad assorbire; d’altro canto, un giovane di origini operaie o di piccola borghesia è indotto a vivere l’università di massa degli anni ’70 come un parcheggio, seppure molto costoso, nel quale la differenza sociale sfocia in lotta contro i «baroni», mentre le tenui prospettive di progresso sociale allungano ulteriormente i tempi e i costi di permanenza.

Il 17 febbraio 1977, un contestatore a cui era stato detto che così facendo favoriva i baroni, rispose: «’o sai quando fai contenti ai baroni? Quando cacci via dall’università 5000 lavoratori precari, quando metti le tasse a 120.000 lire, quando obblighi un proletario che deve venì a scola, a studià per 20 anni pe’ fà l’ingegnere, hai capito?» (audio registrato). Lo stipendio medio di un metalmeccanico si aggirava sulle 160.000 lire. Insomma, si tratta della generazione del primo precariato, i cosiddetti «non garantiti». Ed è per loro che Lama è lì quel giorno a concionare. Ed è da loro – la parte organizzata fuori dai ranghi del Pci, ovviamente – che viene cacciato. Ed è per loro che sostiene, l’anno seguente, di avere intrapreso una inedita programmazione economica nota come la «svolta dell’Eur».

In una celebre intervista concessa a Scalfari, Lama anticipò il programma elaborato dalla Federazione, che sarebbe stato esposto dai sindacati confederali il 13 e 14 febbraio 1978: «Sarà un momento determinante nella storia del sindacalismo italiano, perché i rappresentanti dei lavoratori saranno chiamati a decidere, sotto gli occhi di tutta l’opinione pubblica, quale ruolo la classe operaia intende svolgere per raddrizzare la barca Italia» (24 gennaio 1978). I rappresentanti dei lavoratori decisero il ruolo della classe operaia. Il ruolo consisteva nei «sacrifici»: definitivo superamento dei consigli di fabbrica, esuberi, mobilità e blocco salariale, altrimenti detto: fine della democrazia diretta nel lavoro, licenziamenti, ristrutturazione della cassa integrazione e addio alla scala mobile.

Si capisce che la classe operaia – ormai prossima alla trasformazione sotto la spinta della ristrutturazione capitalistica del lavoro, assecondata dai sindacati – fosse protetta e rappresentata solo da sé stessa: espropri della merce, autoriduzione delle bollette di energia e telefono («vogliamo pagare quanto Agnelli»), occupazioni abitative, scioperi a oltranza o a gatto selvaggio, finanche le rappresaglie contro i padroni per le morti sul lavoro e così via, insomma tutto ciò che veniva bollato come violenza e illegalità era, in tutta evidenza, difesa dei «bisogni» della classe e crescente movimento per la sua emancipazione dal lavoro salariato. È questo che era chiamato, in epitome, «bisogno di comunismo». Altro che sacrifici! Partito e sindacato si erano invece fatti parte del potere dello stato borghese arrivando ad appoggiarne la repressione e favorirne gli interessi contro la classe: di qui l’autonomia della classe.

Per reazione, la svolta dell’Eur decretò la fine del sindacato come soggetto sociale, e il suo passaggio a soggetto politico. Di lì a poco sarebbe finito il compromesso e il Pci sarebbe stato escluso nuovamente dal potere, senza che fosse riuscito a realizzare nulla di quel piano di riforme che l’accesso al potere avrebbe dovuto garantire secondo Berlinguer; il centro-sinistra (penta- e tetrapartito) avrebbe seppellito ogni ambizione della classe operaia; e i sindacati avrebbero perso il proprio storico rapporto con la base per ridursi al ruolo di controparte istituzionale nell’ambito della «concertazione», meglio definita nel luglio ’93, ossia del coinvolgimento diretto dei sindacati riconosciuti come rappresentativi (i confederali) nella programmazione economica del governo al fine di stipulare contratti collettivi nazionali. Questi tipi di contratti recano una forte impronta politica (del governo e degli interessi che esso difende), sono escludenti (dei sindacati di base) nel negoziato e non sono neppure impegnativi in assoluto in quanto basta che un padrone non li sottoscriva perché possa imporre altre condizioni salariali (come per molto lavoro povero di oggi).

Perché ricordiamo tutto questo? Perché chi cacciò Lama dalla Sapienza ci aiuta a capire meglio l’oggi e ci indica una strada per l’avvenire. Se prendiamo in considerazione gli ultimi mesi e le due date di sciopero generale contro la finanziaria, il quadro che si delinea è questo.

I sindacati di base hanno chiamato uno sciopero generale per il 28 novembre, ma nel riproporre la parola d’ordine Blocchiamo tutto hanno mostrato quanto sia rapidamente usurabile una parola che non corrisponda all’azione. Non la prassi dello sciopero generale, ma il blocco fatto prassi era stato l’elemento di conflittualità attiva delle giornate di settembre e ottobre; quindi, non le sigle sindacali di base, ma l’autoconvocazione di classe ha agito, prima, e ha smesso di intervenire, poi. Insomma, il blocco non è immediatamente mezzo di sfiducia del governo, bensì espressione di soggettività che vuole orientare il politico e farsi classe dirigente. La classe manifestatasi in autunno, infatti, si è mostrata indifferente alla contabilità elettorale delle piazze, perché sembra indifferente al voto. Al momento attuale, le piazze non consentono di trarre legittimità di pianificazione politica: consenso.

Il secondo sciopero generale è stato lanciato dalla Cgil, ma senza connotazioni politiche marcate, quantomeno in apparenza. La motivazione principale questa volta sono i salari. Infatti, non è un caso che Cgil-Flc sia stata l’unica sigla a non firmare a novembre il rinnovo con un contenuto aumento per la scuola, con riferimento al triennio 2022-24. Un ritorno ai bisogni dei lavoratori che è già un buco nell’acqua: il lavoratore, in questo caso, della scuola vede solo che si mercanteggia sulla sua greppia una partita politica contro un governo di destra. Questo si sente dire a scuola dai nati negli anni ’70. Anche se le cose non stanno così, perché di contratti ne ha firmati con i governi di destra, la Cgil deve ora mostrarsi meno politicante e più «sociale» (di «rivolta sociale», parla): dopo avere perso un referendum che è diventato terreno di scontro politico e la figuraccia del «primo sciopero per Gaza» del 19 settembre, la Cgil si è messa a fare quello che dovrebbero fare i sindacati di base, e viceversa.

Nessuna sigla si avvantaggerà delle due date, perché non si può far perdere due giornate a un salariato per un tornaconto politico. Da Gramsci in poi, è la vecchia storia dell’autonomia del politico, della ricerca del segreto della vittoria della borghesia sul e nel popolo, cioè quel polpettone in cui le classi democraticamente si confondono e l’antagonismo si disperde. Invece esiste un terreno di scontro in cui l’antagonismo è vivo o quantomeno emerge a sprazzi: è il diritto alla città. Come negli anni ’50 lo sviluppo modificò la forma della città attraverso emigrazione meridionale, speculazione edilizia e industrializzazione, creando il nuovo proletariato che avrebbe animato i venti anni successivi, così oggi sfollamento ed espulsione, estrazione fondiaria e turistificazione, decomposizione del lavoro dipendente in fornitura di servizi e disciplinamento della vita 24 ore su 24 in forma di lavoro autonomo definiscono la normale condizione delle città e mostrano a evidenza il perché caso e causa palestinesi abbiano risvegliato la coscienza del precariato italiano. Non è un caso che la seconda manifestazione di una soggettività antagonistica, che ha chiuso questo autunno, sia stata innescata dagli sfratti violenti di via Michelino, dove l’arroganza padronale ha abbattuto in diretta un muro, con su affisso un Corano!, solo per non perdere un’altra porta blindata.

Il dibattito degli anni ’70 su organizzazione e soggettività, se il luogo dell’antagonismo sia dentro e contro il capitale o contro e fuori dal capitale, torna attualissimo, con la necessaria attualizzazione. Oggi sembra che tutto quanto è o può essere emersione di conflittualità reale o ricchezza dei bisogni sociali venga immediatamente sussunto dal capitale a un tale livello da rendere impossibile la distinzione tra bisogni (valori d’uso) e sfruttamento (valori di scambio). Oggi produzione e riproduzione tendono a sovrapporsi, fino a coincidere: il tempo di circolazione del capitale, nel quale la merce si rigenera in moneta e il salario rimuta in merce, tende a essere inglobato nel tempo della produzione e del lavoro vero e proprio. Il proprio furgone, la propria casa, i propri anni di scuola, il proprio pc, il proprio smartphone, finanche la propria persona sono tutte cose da cui si estrae valore, sono autovalorizzazione del capitale, sono cioè luogo dello sfruttamento. Un tale stato di cose non può che reggersi sulla mistificazione della realtà, sull’ideologia che rovescia i rapporti reali. Per questo, solo un eccesso di violenza nella pratica costante del dominio è riuscito a bucare lo schermo squarciando il velo dell’ideologia. Solo genocidio e sfratto violento hanno rivelato la menzogna. Tuttavia, a queste condizioni le lotte si sviluppano in proporzione inversa alla violenza: l’antagonismo, cioè l’istanza soggettiva in rottura, emerge solo a un livello molto basso e disomogeneo della società, che è prostrato dalla sua condizione di sfruttamento e difficilmente può lottare anche per gli altri. Vedi gli scioperi nella logistica. A questo punto si agganciano le organizzazioni politiche.

La composizione politica odierna fiancheggia la composizione sociale, non ne discende. Le organizzazioni sembrano subire come una tara la propria storia di separatezza dalla società dello sfruttamento, e non mostrano di saper socializzare oltre un certo grado i propri saperi tradizionali e le capacità tecniche apprese dallo Stato (scuola, lavoro, etc.); inoltre, anch’esse sono state sussunte nella sfera della riproduzione, ora nel senso della sussidiarietà rispetto allo Stato, ora nel senso della trasformazione dei bisogni in merce o ideologia. È così che le organizzazioni non solo subiscono occasionali fenomeni di riflusso che sono sintomi di frustrazione e inanità della lotta, ma anche lamentano un’insufficienza rispetto alla classe.

Dunque, insufficienza soggettiva dell’organizzazione e deficienza organizzativa della classe. Come venirne fuori? L’unica ci sembra agire sul piano della tattica. Prendiamo sì le mosse dal sindacato, ma per passare finalmente, vertenza dopo vertenza, al politico. Alla strategia. Non c’è bisogno di federare le organizzazioni per avere forza, semmai c’è bisogno di condividere obiettivi pratici dettati dal bisogno-sfruttamento odierno.

Non una piattaforma unitaria di lotte, ma una piattaforma di lotte unitarie. Il che vuol dire un massimo di soggettività all’interno dell’organizzazione, poiché «è la lotta che fa l’organizzazione». Destrutturare il capitale è l’unico modo tattico per destabilizzare un gigante con le ginocchia di creta.