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Dal punto di vista operaio

1. Prologo in cielo

Quando i comunardi presero Parigi, spararono sugli orologi. Mai una tesi di storia era stata esposta e difesa in maniera più brillante. Che quei formidabili storici proletari avessero ragione fu controprovato dal loro successivo massacro. Possiamo dubitare che essi conoscessero la frase di Marx secondo cui le armi della critica non soppianteranno mai la critica delle armi – frase che comunque superarono, formulando una critica armata –; ma quasi sicuramente avranno letto la tesi storica che apre il Manifesto del Partito comunista.

«La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi». Frase che nel 1848 manda in soffitta «in principio era il Verbo», risignificando in senso materialista il tempo umano. Verso la fine di quel primo capitolo del Manifesto si legge: «La società non può più vivere sotto la classe borghese, vale a dire la esistenza della classe borghese non è più compatibile con la società […] Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all’isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall’associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili».

Se giudicata dalla distanza odierna, nell’epoca dell’industria globale, e con gli occhi dello storico borghese, che è la sostanza del corrente senso comune, questa previsione appare risibile. In realtà, sarebbe il giudizio a essere grossolano, per due ordini di motivi. Uno propriamente storico: si pensi all’evoluzione fordista della fabbrica e alla strutturazione di un movimento operaio che minò alle fondamenta l’ordine capitalistico tra anni ’60 e ’70. Il secondo marxianamente storico: fu quel movimento operaio a decretare il superamento della fabbrica fordista, costringendo il capitale a riaffermare il suo potere sulla società nel suo insieme.

Potremmo infatti specificare l’assunto iniziale, scrivendo: le lotte della classe operaia sono la storia del capitalismo.Non è un caso che l’ideologia borghese condanni chi fallisce: è un sintomo della falsa coscienza. La verità è che la serie interminata delle sconfitte operaie ha determinato ogni sviluppo del capitale. La crescita del potere operaio negli ’60-’70 aprì una crisi nel dominio del capitale, che reagì modificando le condizioni di quel potere espresso dalla soggettività indocile dell’operaio massa. Modificare il modo di produrre e quindi la composizione tecnica della classe vuol dire, nell’ottica del capitale, esiliare dalla storia quella soggettività rivoluzionaria, determinandone l’obsolescenza. Perciò il nostro primo atto di coscienza – il contrario dell’ideologia – deve essere ribellarci a questo punto di vista, per riprenderci il senso storico del nostro esserci, il nostro essere (stati) operai.

Come scrisse Mario Tronti (Lenin in Inghilterra, in Classe Operaia, 1, 3 gennaio 1964, 1): «La società capitalistica ha le sue leggi di sviluppo: gli economisti le hanno inventate, i governanti le hanno applicate e gli operai le hanno subite. Ma le leggi di sviluppo della classe operaia, chi le scriverà? Il capitale ha la sua storia e i suoi storici la scrivono. Ma la storia della classe operaia, chi la scriverà? Tante sono state le forme del dominio politico dello sfruttamento capitalista […] Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia».

Parlare di classe operaia può sembrare archeologia. Invece è, come dire, il «prologoincielo» di cui abbiamo bisogno per rifare la conoscenza di Mefistofele, dello «spirito che sempre nega», quello che ha una certissima dimestichezza con l’umanità e che sarebbe stato ingannato dal dottor Faust. Poiché noi non siamo disposti a credere che il diavolo si lasci ingannare, e crediamo al tempo dei corpi e non all’eternità dell’anima, ci mettiamo volentieri dalla parte di Mefistofele. Egli è un materialista, e in quanto tale la sua azione filosofica può essere capita anche da chi vive nella polvere, non solo da polverosi filosofi. «Ogni teoria è grigia, e verde è lo splendido albero della vita» (Goethe).

Eppure, noi scommettiamo che chi sta ora leggendo ha storto il naso davanti a un lessico dal sapore criptico e iniziatico, che invece ha la sua ragione storica di essere ancora usato. Riteniamo, quindi, utile preporre a una critica della nostra attuale impotenza politica un breviario di critica della economia politica classica, per «lettori che vogliano imparare qualcosa di [vecchio] e quindi anche ragionare con la loro testa» (Marx, pref. alla I ed. del Capitale).

Generalmente, quando parliamo di classe operaia intendiamo la collettività sociale che nel suo insieme possiede le conoscenze e le abilità – il cosiddetto general intellect – per realizzare il mondo, cioè fondare la base materiale dell’esistenza. Il modo attraverso cui essa realizza il mondo è il lavoro. Per capitale intendiamo quella particolare relazione di potere che idealizza il mondo nelle forme mistificanti dello stato e del mercato, che lungi dall’appartenere alla sfera della necessità, celano dietro la forza e la proprietà la cosa più ovvia: che ovunque esista il modo di produrre la ricchezza della società capitalistica, sussistono i medesimi rapporti sociali di violenza e coercizione verso chi lavora. Da quando l’artigiano è stato comprato come operaio di manifattura a domicilio (sussunzione formale), a quando è stato assunto in fabbrica come operaio industriale (sussunzione reale), fino all’attuale società-fabbrica in cui vivere è come dormire nel sottoscala di una fabbrica, colui/colei che si deve vendere per vivere (proletario/a) è sempre qualificato dal suo essere operaio/a, cioè sia in termini di produzione che di riproduzione del capitale, di cui essi sono parte integrante. Ossia esistono per il capitale solo in quanto sue parti.

La condizione normale di questo modo di produzione è la legge generale dell’economia politica, secondo cui chi lavora entra in relazione col capitale come forza-lavoro, la sola forza capace di produrre valori d’uso che scambia col proprio lavoro nella forma del salario e della moneta. Il lavoro, commutato in valore d’uso, diviene così valore di scambio, ma poiché non esiste lavoro astratto, bensì solo forza-lavoro, l’esistenza stessa della forza-lavoro è mercificata, e a questo modo. Il perfezionamento tecnologico appropriato dal capitale ha semplificato il lavoro, consentendo di produrre molto di più in minor tempo, ma soprattutto di pagare meno il lavoro. Si intenderà facilmente che se il capitale consta nel suo complesso della somma di capitale fisso (macchine) e capitale variabile (lavoratori), per il lavoratore la condizione di sfruttamento risulterà dal rapporto con la macchina: capitale fisso fratto capitale variabile. La somma si chiama composizione organica, la divisione composizione tecnica del capitale.

Ora, è evidente che per guadagnare abbastanza per vivere dovremo lavorare molto di più, e per sempre meno salario quanto più la semplificazione avrà annientato le vecchie forme di lavoro generando disoccupazione e quindi concorrenza. Se l’aumento del lavoro non corrisponde al livello di retribuzione, l’ovvia conseguenza è che la merce prodotta finirà per incorporare non solo il costo del salario, ma anche e soprattutto una quota (crescente) di lavoro gratuito, non pagato, insomma rubato. Di qui l’equazione: pluslavoro = plusvalore. Ad esempio, la maglietta che compriamo con le 5000 magliette che abbiamo prodotte in un giorno, è insieme l’equivalente del nostro salario e la prova della nostra totale dipendenza dal capitale che ci compra col salario. C’è di più: il lavoro depositato nelle merci è di per sé lavoro morto, improduttivo; ma poiché esso ha bisogno di essere scambiato, il suo valore si porterà dietro il valore del lavoro vivo, produttivo, creando una prima contraddizione: anche se c’è abbondanza, si può essere poveri o poverissimi. Tutto dipende dal mercato e dalla sua espansione.

Marx avverte che la legge del valore si rivela per essere autovalorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento. Questa legge, in uno stato capitalista, è dottrina di stato. Possiede, quindi, una forma politica e un’organizzazione conseguente, che si manifesta prima come comando, nella fabbrica, e successivamente come dominio, nella società.

Come sarebbe volgare empirismo voler confutare tutto ciò affermando che il lavoro e il denaro sono sempre esistiti allo stesso modo, che ci sono sempre stati poveri e ricchi, invece di riconoscere che lavoro e denaro non sono altro che astrazioni il cui significato ultimo va ricercato nella concretezza storica che di volta in volta lo sviluppo dei rapporti sociali determina; così sarebbe economicismo desumere che il potere del capitale sia una realtà oggettiva. In realtà, esso non può che esercitarsi sulla classe lavoratrice, non può esistere se non in via soggettiva, in quanto non rappresenta la realtà tout-court, ma solo un modo di agire sulla realtà, che è come dire su chi la produce: la classe, l’altro soggetto necessario di questa relazione dialettica.

La normale relazione tra questi soggetti rappresenta lo stato del capitale, l’antagonismo tra essi costituisce la lotta di classe.

Eccoci tornati al punto di partenza. Ma ci sia concessa un’ultima pedanteria. La nostra mente non può conoscere senza astrarre (un operaio che lavora = lavoro); ma una conoscenza che rimanga astratta – lavoro generico, «lavoro sans phrase» – non ci permetterà mai di mettere le mani sulla realtà (quell’operaio). Solo se individueremo la natura determinata e cioè storica della realtà, saremo riusciti a produrre una conoscenza vera, e cioè verificabile: una astrazione determinata. Finora i filosofi si sono limitati a interpretare il mondo; ora il punto sta a cambiarlo, disse all’incirca Marx nella XI tesi su Feuerbach. Il modo di cambiarlo è questo: capire. La rivoluzione epistemologica di Marx si consuma tutta tra Grundrisse e primo capitolo del Capitale, consiste nella critica della economia politica classica e si riassume nel definire la merce come l’astrazione determinata che spiega l’insieme sociale capitalistico.

La merce sembra una cosa concreta, oggettiva, apparentemente ovvia, e invece essa è una «cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teleologici» (Marx), inscindibile dal suo modo di produzione. I fondamenti del modo di produzione capitalistico sono la produzione di merci a mezzo di merci e la produzione ai fini dell’accumulazione. Produrre merda o bombe è indifferente per il capitale, purché il sistema produttivo sia rigenerato e l’accumulazione soddisfatta. Produrre di merda o a bomba è fondamentale perché ne dipende lo sviluppo. Mangiare (di) merda o morire sotto le bombe è necessario a dare senso a un mercato di merci così prodotte. Dunque, il lavoratore come produttore e consumatore delle merci è l’equivalente primo e ultimo del valore; perciò, l’entità della mercificazione dell’esistenza operaia è l’unità di misura storica del capitalismo, descritta dal denaro quale forma mistificata del rapporto di scambio-sfruttamento.

Insomma, se non si capiscono le regole del gioco – del gioco del capitale! –, niente cambiamento, niente rivoluzione. Per capire serve un metodo, e questo metodo è la lotta di classe. Se abbiamo ripercorso a perdi fiato il modo in cui si realizza il rapporto di capitale, è perché solo così capiamo che la massa della forza-lavoro capitalistica muta in classe operaia attraverso l’antagonismo. Per capire ciò, non mi basta sapere o sentire a pelle che il capitale mette per sua natura in pericolo l’esistenza della società, cioè che esso è naturalmente antagonistico e quindi è il motore dell’antagonismo; mi occorre sapere come, quando e in che punto la forza-lavoro comincia a negare sé stessa come figura del capitale per diventare qualcosa in sé e per sé: classe. È in ciò che si realizza l’autonomia della classe: la classe che fa a meno del capitale. Autonomia della classe dal capitale e le sue istituzioni: cioè rivoluzione.

Insomma, bisogna imparare a lottare: questo insegna Marx. E non bisogna credere agli automatismi – la caduta inevitabile del capitalismo –, né cedere al consolatorio paternalismo del partito burocratico (stalinismo): come insegnano Libertini e Panzieri (Sette tesi sulla questione del controllo operaio).

Avevamo detto: le lotte della classe operaia sono la storia del capitalismo. È evidente che il destino della lotta di classe non è di per sé la fine del capitalismo, ma sicuramente ne provoca e scandisce le fasi di sviluppo. La rivoluzione non è per nulla scontata. Essa si dà in potenza, non in assoluto; non obbedisce a una legge, ma è regolata da una tendenza. E allora? Non c’è da farsi illusioni, ma neppure da disperare.

2. Assalto al cielo

Chiediamoci come mai quello che noi chiamiamo movimento fatica a tradursi in potere. Noi crediamo che la cosa si possa analizzare nei termini tuttora validi di fase e composizione di classe.

1. Fase. La restaurazione neoliberista, che ha avuto il suo culmine nel 2001, ha dispiegato tutto il suo potenziale repressivo tramite la nuova forma di colonialismo della War on Terror. Come scrisse un teorico della Restaurazione, la controrivoluzione non è una rivoluzione di segno opposto, ma l’opposto di una rivoluzione (de Maistre). Appunto: fascismo e neocolonialismo. Sono questi i mezzi di cui si serve il potere capitalistico per mettere in sicurezza la catena del valore.

a. Tra anni ’80 e ’90 il capitale ha messo mano alla distruzione della riproduzione sociale del lavoro attraverso la decomposizione delle basi di progresso della classe operaia: riforme della scuola, della sanità e del lavoro, aziendalismo e privatizzazione dogmatici, austerità come salvezza, apolidia migratoria, espansione tecnologica capillare hanno introdotto a ogni livello su scala sociale i meccanismi di comando, passività e alienazione della fabbrica. La disoccupazione è stata abbattuta annullando la negoziabilità della contrattazione. Nuove forme di lavoro gratuito di massa sono state forgiate dal consumo tecnologico e digitale (dispositivi e piattaforme) in sostituzione del tempo libero e ricreativo. I sistemi politici sono stati sostituiti da meri apparati di repressione e raccolta di consenso. Il vero governo è in mano al capitale e le sue istituzioni. Ogni potenziale minaccia è bollata e punita come terrorismo, sicché appare che il sistema non è più biecamente reazionario, bensì gestisce la popolazione mondiale per mezzo di una controrivoluzione preventiva. Questa forma del piano di estrazione, sfruttamento e oppressione, permeata a ogni livello da violenza, è colonialismo tecnico.

b. La fine del mondo bipolare è stata la globalizzazione neoliberale, costruita su tre assi: 1) trasferimento di capitali, emigrazione di capacità, appalto della riproduzione di manodopera qualificata e istruita, e quindi costosa e indocile, a paesi poveri; 2) assicurazione militare dell’approvvigionamento energetico per garantire la tenuta del dollaro come moneta di scambio del greggio; 3) finanziarizzazione selvaggia. Ne sono conseguiti: integrazione terziarizzante dell’industria occidentale nello sviluppo del sud globale; guerre mediorientali e rafforzamento della testa di ponte israeliana; rapina da dividendi, speculazione e incameramento di titoli vuoti con rischi enormi per il sistema bancario. Inoltre, il mercato mondiale è stato messo in crisi 1) da elevati livelli di pompaggio del greggio che hanno progressivamente abbassato il costo in dollari del barile per via dell’accumulo di giacenze di magazzino abnormi, e 2) da sovrapproduzione industriale causata dallo sviluppo di nuovi monopoli a trazione cinese. Gli Usa hanno bisogno della vendita di petrolio per scaricare la propria inflazione sugli acquirenti di moneta (e debito) statunitense. L’operazione di polizia contro Maduro, la guerra commerciale, il conflitto antisciita in Iran sono serviti proprio a rimettere in circolazione le giacenze di magazzino del petrolio venezuelano e a rallentare lo sfogo produttivo delle nuove economie egemoni. Infine, per ripianare la crisi finanziaria dei mutui subprime è stata avviata l’acquisizione di proprietà immobiliare nel senso della turistificazione, cioè della messa a profitto su breve termine: la Gaza Real Estate alias Board of Peace ne è l’espressione più malata ed eloquente. Tutti questi fattori si traducono in inflazione cavalcante, distruzione di territori e tessuti urbani, politiche di guerra come disciplinamento ultimo dell’inevitabile conflitto sociale. Il punto è che la crisi è la forma normale del mercato mondiale in quanto non esiste espansione illimitata se esiste concorrenza. Esistono solo conflitto e chi lo paga. Se dunque, da una parte, non ci rimane nulla in tasca e non sappiamo dove andare a vivere e, dall’altra, la vecchia integrazione produttiva su scala mondiale è in bilico, allora è probabile che quasi ogni forma di lavoro finisca per essere precarizzata: cioè chi lavora è costretto con la fame ad adattarsi alle esigenze della ristrutturazione in corso.

2.Composizione. All’organizzazione del lavoro in forma di precariato non corrisponde una ipotesi di stabile organizzazione di classe. Non abbiamo il movimento operaio, magari nella duplice forma storica di istituzionale (socialdemocratico, paraborghese) e autonomo. Dagli anni ’90 abbiamo solo i movimenti, il cui contenuto di classe risulta, a seconda, da elementi e fattori tradizionali e particellari. Che la loro forma politica, da un certo momento in poi, sia stata intersezionale non risolve la frammentazione, ma ne è il segno più espresso. Le relative organizzazioni, infatti, hanno preso a chiudersi in spazi e temi propri, finendo per abbracciare una fatale autonomia del politico. L’inefficacia politica di questi movimenti sembra altresì dovuta a una forte capacità di sussunzione ideologica e reale da parte del capitale (lavorare meno, lavorare tutti = lavorare tutti, pagare di meno, green/pinkwashing, istituzionalizzazione dei csoa); inoltre, va rilevata una difficoltà oggettiva di saldatura tra lotte organizzate in forma vertenziale, intrinsecamente destinate a esaurirsi – anche nel caso di alleanze di scopo in contese elettorali, vedi le liste civiche o l’infiltrazione del M5s nei movimenti a vocazione territoriale (ad es. Tav, Ilva). Altrettanto volatile è stato il movimento anticolonialista per la Palestina, sebbene abbia mostrato una emersione di antagonismo di classe che, a partire dall’infrastruttura sindacale e grazie alla spinta delle brigate internazionali Sumud, è riuscito a contendere in maniera autonoma una quota di potere a istituzioni e sindacati per un breve frangente. In sintesi, l’impotenza politica, l’impossibilità di trasformare in potere la ribellione, sembra stare in questo: dopo ogni agitazione, torniamo al lavoro come prima. Eppure, è la quotidianità del lavoro il vero campo di battaglia. La temporalità più attaccabile è quella precaria, espressa da un paradosso: il tempo indefinito del tempo determinato. Il che è come dire: rimandare la fine del mondo così com’è alla fine del mondo in sé. E la pensione viene magicamente a coincidere con la morte o l’apocalisse.

Se volessimo stare solo al punto del potere d’acquisto, cadremmo in un antico tranello. Lo sviluppo tecnologico e l’espansione del mercato mondiale consentono di acquistare a parità di salario rispetto a dieci anni fa molte più merci. In realtà, è solo aumentata la produzione, non il potere d’acquisto (vedi i salari al palo italiani e la tenuta del sistema tuttavia). Abituarci alla vita povera, come al lavoro povero, non fa che aumentare il vantaggio dei capitalisti. Infatti, la povertà rimane regola e orizzonte del precariato, non solo perché il comando che si esercitava nella fabbrica oggi è esperito in forma di ricatto pecuniario e divisione fisica del lavoro – cioè un aumento della concorrenza –, ma anche perché estrema divisione richiede estremo controllo: le nostre società non possono che andare incontro a un autoritarismo espansivo che esclude legalmente ogni possibilità di lotta e rivendicazione. La sorveglianza tecnologica è la forma di potere che si impone in questo senso.

Ora che l’intelligenza artificiale, dopo decenni di sviluppo, si prepara a sostituire l’obsolescente precariato cognitario, e siamo quindi in vista di una nuova ristrutturazione produttiva, anche questa figura smetterà di essere preponderante alle nostre latitudini perché assorbita in forma tecnologica. Chi sta traferendo le proprie capacità alle macchine è proprio la classe lavoratrice attraverso il suo lavoro nell’automazione.

Possiamo, dunque, dire che duplice è la strategia capitalistica. Sorvegliare e programmare. Tuttavia, tale ordine di sviluppo e gestione si regge su una contraddizione prodotta dal sistema stesso: la frammentazione del lavoro e la simultanea eliminazione di passaggi e figure intermedie della produzione richiedono una necessaria concentrazione di competenze e creano figure produttive più complesse che assommano in sé una pluralità di mansioni; ciò rende superflua la direzione ai fini della gestione, ma soprattutto apre alla possibilità di una gestione diretta e autonoma – cioè, non mediata, né eterodiretta – della produzione da parte di chi lavora. Esiste, dunque, una possibilità di controllo operaio. Una premessa di coscienza di classe nell’unico senso rivoluzionario attuabile: di affermazione di una nuova classe dirigente di tipo operaio.

Per «riformare la coscienza», occorre fare critica. Possiamo decostruire una tara esistenziale che tende a espellere ogni progettualità di lunga durata? Possiamo costruire una strategia che miri per tappe progressive di lotta all’acquisizione di un vero potere autonomo nella contrattazione unitaria del lavoro e nella gestione diretta del relativo welfare? Riconoscere nelle divisioni di categoria e nella specializzazione, in uno stesso luogo o in uno stesso campo di lavoro, i segni dell’ideologia non sarebbe un passo decisivo verso la coscienza? Gettare un «gattoselvaggio» nel precariato, specie cognitario, che effetti potrebbe avere in termini di acquisto di potere? Il precariato è sempre disponibile e adattabile? Se digitale vuol dire che hanno bisogno di dita, le terremo per noi? Possiamo ridurre il traffico di dati, provando a vivere con l’adesivo sui nostri dispositivi come in un club berlinese? Produrremo una minaccia di esodo tecnologico delle capacità e contenderemo alle macchine energia e risorse visti i volumi di assorbimento che esse richiedono? La saldatura tra Stato e capitale indica già una strada da intraprendere: sburocratizzare, stabilizzare e allargare il terziario statale per affermare una democrazia di bilancio di spesa pubblica, aprirebbe una falla nella concentrazione di risorse pubbliche in alto.

A partire da questi punti, sarebbe utile tornare a operare seriamente nella vita, andando oltre lo stato d’eccezione ed emergenza permanente e mettendo da parte parole come popolo e lotta/guerra di popolo per recuperare il senso concreto della nostra immanenza al capitale e dell’opposto bisogno di comunismo. Non occorre essere maggioranza o massa, ci basta diventare una minoranza riconosciuta e temuta della lotta di classe: organizzazione che si scioglie nel movimento, che sa continuamente risoggettivizzarsi. Poiché il capitale ha portato un attacco diretto e immane alla base della vita operaia, ci conviene abbandonare ogni individualismo di matrice cristiana o liberale, e recuperare una concezione bellica della lotta politica come quella di Lenin. Rimettiamo al centro il punto di vista operaio. Facciamo nostra la lezione di storia dei comunardi: o spariamo dal mondo o spariamo sul tempo.

Anche i capitalisti sognano: essi vogliono un mondo senza operai, fatto di automi; ma agli schiavi non possono rinunciare.

Gli operai hanno il ricordo di un sogno: esserci, non solo esistere; dire la propria, mai più chinare il capo; vivere, non solo morire.

Abbiamo il dovere di ricreare una cultura di classe, se vogliamo riconciliare vita e storia. Ognuno dica, la mia vita è la mia storia.

La fabbrica aperta: letteratura e teatro in assemblea permanente

La fabbrica aperta: letteratura e teatro in assemblea permanente

Mica lavoro alla Fiat.

mio padre

Che senso ha che letteratura e teatro entrino in fabbrica se la fabbrica è ferma?

Cominciamo col rispondere che la fabbrica è ferma ma non è vuota, è ferma ma è agitata, ci sono gli operai ma non lavorano, ossia lavorano ma non producono. Il paradosso si risolve così: un’azienda sana delocalizza, gli operai si riuniscono in assemblea permanente per resistere al licenziamento, la lotta per il lavoro diventa il loro lavoro.

Le epoche di transizione sono epoche paradossali. La nostra è un’epoca di transizione: di transizione ecologica, dicono, o più concretamente di transizione produttiva. A partire dagli anni ‘80, deindustrializzazione ha significato fine del vecchio modo di produrre e di lottare, precariato e riflusso. Poiché la realtà corre in anticipo sulle idee, le contraddizioni reali del conflitto capitale-lavoro assumono la forma di contraddizioni logiche, paradossi. La questione sta così: se il lavoro è contemporaneamente il mezzo e la condizione essenziale attraverso cui il capitale genera bisogni e li soddisfa in forma di salario e merce (una pagnotta due ore di lavoro, uno smartphone settanta ore, etc.), nel momento in cui viene pianificata la desertificazione lavorativa di un intero territorio, il capitale si trova a generare contemporaneamente un bisogno abnorme e condizioni nuove: bisogno di lavoro, ma di lavoro liberato dal capitale. Negli ultimi decenni abbiamo visto il capitalismo smaterializzarsi: con un log-in siamo ammessi al lavoro gratuito sui social o eravamo assunti senza contratto come rider; i salari sono diminuiti, ma i compensi dei dirigenti sono aumentati in scala geometrica; i licenziamenti arrivano con una e-mail o un sms; le sedi legali e fiscali di grandi gruppi sono emigrate; la produzione è stata delocalizzata; ingenti quantità di capitale, grazie anche alla sottrazione di risorse pubbliche, sono state liquidate nella spartizione di dividendi; gli stabilimenti dismessi vengono venduti a società occultamente collegate alle vecchie proprietà in modo da rientrare del capitale fisso. A che servirà questo immenso accumulo di liquidità? Sembra un film già visto. Mi pare s’intitolasse 1929. Fuga di capitale. In Italia, il settore automobilistico è il protagonista assoluto di questa tattica, perché non si fa carico di alcuna transizione, ma è chiaramente in dismissione. Se i padroni ragionano per paradossi, forse lo fanno per disorientare i lavoratori. Eppure, questa volta, rispetto agli anni della sconfitta e del riflusso, la classe operaia non si è fatta trovare impreparata, nonostante sia ormai decimata.

È forse per questo che l’assemblea permanente exGkn è divenuta un centro gravitazionale: perché non è vero che Achille non raggiungerà mai la tartaruga. Tutti i giochi di parole del potere vengono respinti dall’intelligenza pratica operaia, che risolve i paradossi dimostrando la falsità delle premesse: che le cose stanno tutte in un altro modo. L’intelligenza operaia non è altro che genio dialettico, fantasia calcolata che tutto rovescia, ossia mezzo commisurato ai fini, per dare dagli inferi l’assalto al cielo. Perciò, come vuole la praxis, se i padroni chiudono la fabbrica ai lavoratori, gli operai aprono la fabbrica al territorio. Può darsi che occupare oggi una fabbrica suoni ‘antico’: lo facevano i nostri avi; noi semmai siamo vicini ai tempi dell’Anticristo. Ma superiamo per un attimo le comodità apocalittiche, e vedremo subito la rassegnazione chialistica alla storia che fa tutto da sé con le sue crisi e catastrofi spazzata via dalla consapevolezza di vivere nello sviluppo storico dei rapporti produttivi. Come una volta, appunto. Gli operai toscani ci avvertono: non nova, sed nove, nulla di nuovo, ma come non l’avevate mai visto! È così che tutto torna ad avere senso, perché è come se all’improvviso ricordassimo dove ci troviamo, come in un déjà-vu. Oggi esserci vuole dire soprattutto ricordare.

Dove eravamo rimasti?

Il rapporto passato-presente – che è sempre falso nel secondo termine, in quanto presente vuol dire sempre futuro – implica un riesame del tempo di vita trascorso e delle sue ipoteche deterministiche, che non può che assumere forma paradossale. Chiedete all’operaio Danio di ripercorrere la sua storia, vi risponderà: «Per trent’anni, in fabbrica, tu eri libero perché avevi un padrone». Potrebbe sembrare che la condizione operaia dagli estremi ‘80 in poi abbia seguito una traiettoria diversa dalla generale precarizzazione, magari per effetto della progressiva deindustrializzazione del paese, sicché un’aristocrazia operaia, quali i metalmeccanici, si sia trovata a godere di contratti e salari più vantaggiosi della media generale dei lavoratori specializzati: in astratto, se a un pieno di bisogni soddisfatti dal capitale corrisponde un vuoto di conflittualità nel lavoro, possiamo desumere che sia questa la ragione dell’esaurimento simbolico della classe operaia nel campo delle lotte. Non più liberi di lottare, ma finalmente liberi dalle lotte. Se invece cessiamo di astrarre dalle reali condizioni di sviluppo capitalistico e disabitiamo il mondo delle apparenze, quel paradosso operaio sulla libertà operaia illumina immediatamente la contraddizione insanabile. Come nell’interpretazione di Gramsci del dramma di Cavalcante nel X dell’Inferno (vv. 63-68 forse cui Guido vostro ebbe a disdegno […] Come / dicesti? Elli ebbe? Non viv’elli ancora?), il tempo verbale conta.

Poiché la fabbrica è per natura organizzata al fine dello sfruttamento umano, nessun bisogno reale è realmente soddisfatto; il padrone si assicura solo la riproduzione del capitale variabile, cioè del lavoratore, per il solo mezzo della conservazione del luogo fabbrica; le condizioni autoritarie di subalternità, quindi, persistono. Quando un lavoratore trova soddisfazione a un sovrappiùdi bisogni individuali, come comprarsi una moto Guzzi, si sta rafforzando il suo bisogno di stare nella fabbrica; contemporaneamente, se egli «era libero» in fabbrica, è perché il padrone stava creando le condizioni per accrescere il plusvalore della fabbrica, comprensiva di tutte le sue annessioni, prima fra tutte la forza-lavoro che in una fabbrica evoluta è una «figura del capitale».

Sussumendo in sé l’intera vita sociale della forza-lavoro vivente, il capitale si autovalorizza secondo quel modello che l’Autonomia Operaia chiamava «fabbrica sociale»: «La città, e il territorio nella sua interezza, sono diventati […] l’elemento propulsivo dell’innovazione e dell’accumulazione. [Ma poiché] non esiste innovazione senza sviluppo e non esiste sviluppo senza crisi, questa crisi si riversa sulla città sotto forma di rendita fondiaria e nel territorio in generale sotto forma di squilibri […] In definitiva, quindi, non più estrazione di plusvalore solamente ed unicamente dal diretto lavoro operaio, ma estrazione e tendenza all’estrazione di plusvalore dall’intero valore sociale e dalla stessa integrazione territoriale» (Contro la città dei padroni, a cura del CDL Valmelaina, aprile 1974). Gli operai se ne erano dimenticati? Probabilmente stavano in guardia.

La chiusura della fabbrica da parte del padrone e l’immediata reazione degli operai rivelano in un solo momento l’esistenza del conflitto mai sanato: la tattica di azzerare il capitale variabile (lavoratori) per speculare sul capitale fisso (fabbrica) viene capovolta dai lavoratori, così ché la fabbrica torna a essere il fulcro pratico e simbolico della lotta per la direzione dei mezzi di produzione, che vuole dire tutto. Vuole dire potere disporre di mezzi e tempo per soddisfare i bisogni sociali reali. Vuole dire sapere leggere nelle parole del capitale e dei suoi referenti politici la verità della propria condizione: il capitale umano ‘deindustrializzato’ verrà affamato ma non disperso, il territorio finirà depresso ma non abbandonato; essi diverranno capitale umano e territorio da ‘reindustrializzare’ a fini (filiera bellica?) e condizioni contrattuali nuovi. A questo piano i lavoratori hanno opposto la «fabbrica socialmente integrata».

La resa dei conti è quindi apparecchiata, ed entra in gioco la memoria.

Letteratura working class

La memoria è il punto di vista da cui guardiamo alle nostre spalle. Sulle spalle sta una testa che guarda e non è la testa di un altro, che pure ha occhi per guardare: perché quando due fanno la stessa cosa, non è la stessa cosa. Il soggetto conta. Quella che una volta si chiamava letteratura industriale è stata una letteratura scritta ancora da autori di una élite intellettuale di estrazione borghese, che se avevano in qualche caso vissuto la fabbrica era stato negli uffici della Olivetti. Il loro rapporto con la fabbrica, anche quando si ponevano «istanze di appropriazione, istanze di trasformazione ulteriore» (Vittorini) della realtà industriale, era per forza un rapporto prepolitico, non conflittuale, e per conseguenza non trasformativo.

Data la dissociazione dalla realtà prodotta dai rapporti di forza industriali («è, caro Attilio, il patto industriale», Pasolini), la letteratura dei tempi industriali ha spesso praticato una poétique du regard, che riassociava soggetto e oggetto per il tramite dell’annullamento del primo nel secondo, come se la realtà esistesse di per sé e sempre al di fuori di me per effetto dell’alienazione propria del mondo imposseduto e continuamente spossessato. E fin qui siamo alla ripresa oculare – propria di automi nevrotici – degli effetti della realtà industriale. Ma è davvero possibile impossessarmi di nuovo della realtà senza la vita, annullandomi nell’oggetto: senza vita, esiste un soggetto? La risposta è forse più clinica che critica; e in effetti se si vuole porre la questione in termini di trasformazione del reale – l’unico modo di sentire la realtà è la vita –, essa dovrebbe riguardare non ancora il soggetto, ma già la persona: se in fabbrica, lavoro dunque non sono, e mi determino perché lotto; in letteratura, parlo di me secondo me, sono dunque soggettività.

Lo specifico della letteratura working class si ricava dal suo nome che è una formula operazionale: «working» indica e sussume la condizione dello sfruttamento; «class» implica la coscienza del proprio esistere sociale a condizione che esista una classe sfruttatrice; perciò, anche il momento letterario è lavoro e immediatamente lotta per la liberazione da esso. Una simile operazione non può che essere racconto di vita della classe lavoratrice, per la quale verità e fantasia non si aboliscono a vicenda, ma sono entrambe strumenti per l’abolizione dell’irrealtà del potere. Ecco perché autobiografia e autofiction sono tra i generi più praticati.

La fabbrica dei sogni

Si sa che «da tempo il mondo possiede il sogno di una cosa», e che quella cosa è la rivoluzione; e che, per farla, non si tratta «di tirare una linea retta tra passato e futuro, ma di realizzare le idee del passato» (lettera del settembre 1843 di Marx a Ruge); «di realizzarne le speranze», scrisse qualcun altro. Che cos’altro possono essere i sogni della fabbrica raccontata da Valentina Baronti?

Tra le scritture dell’io, La fabbrica dei sogni occupa un posto speciale. La struttura del libro è triadica: c’è la fiction (la storia di Agata e Lorenzo), ci sono sette sogni (i ricordi e la fabbrica occupata) e otto lettere (destinate ai due giovanissimi ideali dedicatari). All’ingrosso, la tripartizione si fonda sul tempo in questo modo: il presente della finzione, il passato-presente del sogno, il presente datato delle lettere. In pratica, il passato è il tempo del ricordo, e il presente è il tempo dell’azione dei personaggi – compresa la loro azione ‘sognante’ e ‘sognata’ – e della scrittura dell’io.

Le figure del ricordo sono essenzialmente due, la nonna e il padre: l’una è figura dell’oppressione femminile, l’altro della passione e della delusione politica. Questi simboli di un mondo che non appartiene a chi lo vive sono figure della memoria e come tali sono personaggi che agiscono nella fissità di un tempo irrimediabile: sono famiglia, il gene e la storia della solitudine di Agata. «Non ho mai visto i miei genitori volersi bene», le disse una volta il padre. Lorenzo e Agata, invece, sono i personaggi del tempo che scorre, la cui corrente sembra fatta per sciogliere inesorabilmente i grovigli umani che il mulinare dei suoi vortici avevano per un momento annodato. Il vortice, in questo caso, è stata l’occupazione della fabbrica. Se Agata arriva alla fabbrica, è perché vi è attratta dalla sua memoria familiare: non c’è scampo; eppure non è una condanna, bensì una liberazione. La lotta operaia che lì si conduce è, infatti, l’occasione per ripopolare e fertilizzare il deserto esistenziale del mondo a scadenza creato dal precariato, e per rendere finalmente bella la vita in modo da riconciliarsi con i morti. A dimostrarlo, è ancora il tempo narrativo. Che siano sogni o vicenda, l’unico tempo in cui memoria e vita, personaggi e figure si incontrano è il presente della lotta di fabbrica.

La sola sezione uniforme e apparentemente a sé è quella epistolare, di volta in volta intitolata dalla datazione: il tempo è quello reale della scrittura, perché solo qui compare l’io scrivente, che mentre fa metaletteraria professione di sé, rinnovando la «room for her own» di Virginia Woolf, si identifica con Agata. Proprio perché il resto del romanzo è in terza persona, manca l’io narrante, naturale in una autofiction. Nonostante ciò, le caratteristiche del genere sono rispettate, o meglio appaiono riformate da una volontà pratica precisa: la separazione tra personaggia e autrice è in uno stesso momento compiuta e ricucita da un’istanza di realtà. E non tanto perché apprendiamo sin da subito che la storia di Agata è la storia vera dell’io scrivente-epistolare, ma per via della data nel paratesto. Tutte le date (19 luglio 2021-20 novembre 2023) rappresentano, infatti, altrettanti momenti della ormai triennale vertenza. Ma c’è di più: nelle lettere compare spesso una rassegna stampa sulla vertenza. Inserire in un testo letterario delle fonti giornalistiche senza manipolarle o inventarle imprime a viva forza un marchio di autenticità storica anche al tempo apocrifo della fiction.

Il lettore non ha scelta. Egli deve subito fare i conti con una storia che lo coinvolge perché è ancora in corso – «perché se sfondano qui, sfondano dappertutto» –, e della quale i personaggi stessi gli stanno chiedendo conto; infatti, sia che essi emergano dal passato, sia che scaturiscano dall’invenzione, la loro tangibilità è garantita dall’io storico dell’autrice. Insomma, l’io scrivente è la soggettività necessaria della letteratura-lotta, perché la sua attività reca implicito il tempo che manca: il futuro del desiderio. È dunque evidente che la struttura del romanzo sia costituita dal tempo, cui è affidata l’intera strategia narrativa e persuasiva – vorrei dire propagandistica – del libro. Del resto, che cos’è il tempo se non qualcosa che vendiamo sebbene ne abbiamo sempre meno: quale paradosso, una letteratura che si fa lotta ha più merito se scioglie?

La fabbrica-scena

Se lo sfruttamento è universale, che senso ha chiedere a chi lotta per il lavoro come sta? «Noi stiamo così e voi come state? Voi tutti, come state? Perché la cosa è paradossale» (24 luglio 2021). La domanda del collettivo di fabbrica è ormai celebre, e a ragione! Perché fintanto che i lavoratori non si organizzano nuovamente, continueremo a vivere nel paradosso capitalistico del lavoro senza lotta, che è come dire del lavoro senza utilità sociale. Non a caso la domanda figura anche nello spettacolo Il Capitale. Un libro che ancora non abbiamo letto, pronunciata da un operaio del collettivo. Che ci fa un operaio sul palco assieme a una compagnia teatrale, la Kepler-452? Non intendo che cosa ha spinto la compagnia verso la fabbrica, ma espressamente che cosa ci fa la fabbrica sul palco. Per rispondere, occorre prendere in considerazione la drammaturgia de Il Capitale.

Si tratta di una scrittura collettiva che combina il tradizionale teatro didascalico all’artificio del metateatro. Mentre lo spettatore è straniato, secondo il più tipico espediente del teatro epico brechtiano, dagli estratti del libro di Marx proiettati in didascalie armoniche con la generale scenografia industriale – siamo noi spettatori a «non avere ancora letto» Il Capitale: gli operai non ne hanno bisogno –, i personaggi dicono e sceneggiano come lo spettacolo sia venuto fuori, raccontano del loro incontro con due giovani autori bolognesi («quelli della Digos»), raccontano la loro vita in fabbrica e soprattutto di come trauma e resistenza al licenziamento collettivo abbiano cambiato le loro vite («Non avevo bisogno di uno psicologo, avevo bisogno di occupare una fabbrica!»). Biografia e dramma, spettacolo ed esistenza si sommano in un divenire che dal 9 luglio 2021 porta, attraverso quaranta mesi di lotta operaia, alla scena odierna. Ma il punto è questo: la scena è diventata la fabbrica, e noi siamo finiti nell’occupazione. Noi non vediamo attori e attrici, ma personaggi vivi. A dimostrazione dell’operazione antimitologica sta, infatti, una frase: «lottare non è lavorare?». Sulla scena, quindi, non stiamo vedendo altro che i lavoratori lavorare davanti a noi. Il metateatro è così portato alle sue estreme conseguenze, e annulla la finzione per troppa realtà (non realismo!). Come anche nel libro di Baronti, siamo trasportati in un mondo vero, attuale, che ci riguarda, e lo siamo in un modo sincero, urgente, che interpella.

In definitiva, se letteratura e teatro diventano, a contatto con la lotta operaia, strumenti di propaganda, non si può che gioire. La sborghesizzazione delle lettere è salutare proprio perché condotta in una prospettiva convergente di lotta di classe che finora si voleva abortita e aborrita; e invece proprio la vecchia via per il futuro comincia a essere finalmente sgombrata: l’immaginazione di un mondo diverso nasce dalla realtà pratica che ricostruisce il mondo devastato, previo sabotaggio dei piani del capitale.

[Articolo apparso per la prima volta su Hubaut il 19/12/2024)