La fabbrica aperta: letteratura e teatro in assemblea permanente
Mica lavoro alla Fiat.
mio padre
Che senso ha che letteratura e teatro entrino in fabbrica se la fabbrica è ferma?
Cominciamo col rispondere che la fabbrica è ferma ma non è vuota, è ferma ma è agitata, ci sono gli operai ma non lavorano, ossia lavorano ma non producono. Il paradosso si risolve così: un’azienda sana delocalizza, gli operai si riuniscono in assemblea permanente per resistere al licenziamento, la lotta per il lavoro diventa il loro lavoro.
Le epoche di transizione sono epoche paradossali. La nostra è un’epoca di transizione: di transizione ecologica, dicono, o più concretamente di transizione produttiva. A partire dagli anni ‘80, deindustrializzazione ha significato fine del vecchio modo di produrre e di lottare, precariato e riflusso. Poiché la realtà corre in anticipo sulle idee, le contraddizioni reali del conflitto capitale-lavoro assumono la forma di contraddizioni logiche, paradossi. La questione sta così: se il lavoro è contemporaneamente il mezzo e la condizione essenziale attraverso cui il capitale genera bisogni e li soddisfa in forma di salario e merce (una pagnotta due ore di lavoro, uno smartphone settanta ore, etc.), nel momento in cui viene pianificata la desertificazione lavorativa di un intero territorio, il capitale si trova a generare contemporaneamente un bisogno abnorme e condizioni nuove: bisogno di lavoro, ma di lavoro liberato dal capitale. Negli ultimi decenni abbiamo visto il capitalismo smaterializzarsi: con un log-in siamo ammessi al lavoro gratuito sui social o eravamo assunti senza contratto come rider; i salari sono diminuiti, ma i compensi dei dirigenti sono aumentati in scala geometrica; i licenziamenti arrivano con una e-mail o un sms; le sedi legali e fiscali di grandi gruppi sono emigrate; la produzione è stata delocalizzata; ingenti quantità di capitale, grazie anche alla sottrazione di risorse pubbliche, sono state liquidate nella spartizione di dividendi; gli stabilimenti dismessi vengono venduti a società occultamente collegate alle vecchie proprietà in modo da rientrare del capitale fisso. A che servirà questo immenso accumulo di liquidità? Sembra un film già visto. Mi pare s’intitolasse 1929. Fuga di capitale. In Italia, il settore automobilistico è il protagonista assoluto di questa tattica, perché non si fa carico di alcuna transizione, ma è chiaramente in dismissione. Se i padroni ragionano per paradossi, forse lo fanno per disorientare i lavoratori. Eppure, questa volta, rispetto agli anni della sconfitta e del riflusso, la classe operaia non si è fatta trovare impreparata, nonostante sia ormai decimata.
È forse per questo che l’assemblea permanente exGkn è divenuta un centro gravitazionale: perché non è vero che Achille non raggiungerà mai la tartaruga. Tutti i giochi di parole del potere vengono respinti dall’intelligenza pratica operaia, che risolve i paradossi dimostrando la falsità delle premesse: che le cose stanno tutte in un altro modo. L’intelligenza operaia non è altro che genio dialettico, fantasia calcolata che tutto rovescia, ossia mezzo commisurato ai fini, per dare dagli inferi l’assalto al cielo. Perciò, come vuole la praxis, se i padroni chiudono la fabbrica ai lavoratori, gli operai aprono la fabbrica al territorio. Può darsi che occupare oggi una fabbrica suoni ‘antico’: lo facevano i nostri avi; noi semmai siamo vicini ai tempi dell’Anticristo. Ma superiamo per un attimo le comodità apocalittiche, e vedremo subito la rassegnazione chialistica alla storia che fa tutto da sé con le sue crisi e catastrofi spazzata via dalla consapevolezza di vivere nello sviluppo storico dei rapporti produttivi. Come una volta, appunto. Gli operai toscani ci avvertono: non nova, sed nove, nulla di nuovo, ma come non l’avevate mai visto! È così che tutto torna ad avere senso, perché è come se all’improvviso ricordassimo dove ci troviamo, come in un déjà-vu. Oggi esserci vuole dire soprattutto ricordare.
Dove eravamo rimasti?
Il rapporto passato-presente – che è sempre falso nel secondo termine, in quanto presente vuol dire sempre futuro – implica un riesame del tempo di vita trascorso e delle sue ipoteche deterministiche, che non può che assumere forma paradossale. Chiedete all’operaio Danio di ripercorrere la sua storia, vi risponderà: «Per trent’anni, in fabbrica, tu eri libero perché avevi un padrone». Potrebbe sembrare che la condizione operaia dagli estremi ‘80 in poi abbia seguito una traiettoria diversa dalla generale precarizzazione, magari per effetto della progressiva deindustrializzazione del paese, sicché un’aristocrazia operaia, quali i metalmeccanici, si sia trovata a godere di contratti e salari più vantaggiosi della media generale dei lavoratori specializzati: in astratto, se a un pieno di bisogni soddisfatti dal capitale corrisponde un vuoto di conflittualità nel lavoro, possiamo desumere che sia questa la ragione dell’esaurimento simbolico della classe operaia nel campo delle lotte. Non più liberi di lottare, ma finalmente liberi dalle lotte. Se invece cessiamo di astrarre dalle reali condizioni di sviluppo capitalistico e disabitiamo il mondo delle apparenze, quel paradosso operaio sulla libertà operaia illumina immediatamente la contraddizione insanabile. Come nell’interpretazione di Gramsci del dramma di Cavalcante nel X dell’Inferno (vv. 63-68 forse cui Guido vostro ebbe a disdegno […] Come / dicesti? Elli ebbe? Non viv’elli ancora?), il tempo verbale conta.
Poiché la fabbrica è per natura organizzata al fine dello sfruttamento umano, nessun bisogno reale è realmente soddisfatto; il padrone si assicura solo la riproduzione del capitale variabile, cioè del lavoratore, per il solo mezzo della conservazione del luogo fabbrica; le condizioni autoritarie di subalternità, quindi, persistono. Quando un lavoratore trova soddisfazione a un sovrappiùdi bisogni individuali, come comprarsi una moto Guzzi, si sta rafforzando il suo bisogno di stare nella fabbrica; contemporaneamente, se egli «era libero» in fabbrica, è perché il padrone stava creando le condizioni per accrescere il plusvalore della fabbrica, comprensiva di tutte le sue annessioni, prima fra tutte la forza-lavoro che in una fabbrica evoluta è una «figura del capitale».
Sussumendo in sé l’intera vita sociale della forza-lavoro vivente, il capitale si autovalorizza secondo quel modello che l’Autonomia Operaia chiamava «fabbrica sociale»: «La città, e il territorio nella sua interezza, sono diventati […] l’elemento propulsivo dell’innovazione e dell’accumulazione. [Ma poiché] non esiste innovazione senza sviluppo e non esiste sviluppo senza crisi, questa crisi si riversa sulla città sotto forma di rendita fondiaria e nel territorio in generale sotto forma di squilibri […] In definitiva, quindi, non più estrazione di plusvalore solamente ed unicamente dal diretto lavoro operaio, ma estrazione e tendenza all’estrazione di plusvalore dall’intero valore sociale e dalla stessa integrazione territoriale» (Contro la città dei padroni, a cura del CDL Valmelaina, aprile 1974). Gli operai se ne erano dimenticati? Probabilmente stavano in guardia.
La chiusura della fabbrica da parte del padrone e l’immediata reazione degli operai rivelano in un solo momento l’esistenza del conflitto mai sanato: la tattica di azzerare il capitale variabile (lavoratori) per speculare sul capitale fisso (fabbrica) viene capovolta dai lavoratori, così ché la fabbrica torna a essere il fulcro pratico e simbolico della lotta per la direzione dei mezzi di produzione, che vuole dire tutto. Vuole dire potere disporre di mezzi e tempo per soddisfare i bisogni sociali reali. Vuole dire sapere leggere nelle parole del capitale e dei suoi referenti politici la verità della propria condizione: il capitale umano ‘deindustrializzato’ verrà affamato ma non disperso, il territorio finirà depresso ma non abbandonato; essi diverranno capitale umano e territorio da ‘reindustrializzare’ a fini (filiera bellica?) e condizioni contrattuali nuovi. A questo piano i lavoratori hanno opposto la «fabbrica socialmente integrata».
La resa dei conti è quindi apparecchiata, ed entra in gioco la memoria.
Letteratura working class
La memoria è il punto di vista da cui guardiamo alle nostre spalle. Sulle spalle sta una testa che guarda e non è la testa di un altro, che pure ha occhi per guardare: perché quando due fanno la stessa cosa, non è la stessa cosa. Il soggetto conta. Quella che una volta si chiamava letteratura industriale è stata una letteratura scritta ancora da autori di una élite intellettuale di estrazione borghese, che se avevano in qualche caso vissuto la fabbrica era stato negli uffici della Olivetti. Il loro rapporto con la fabbrica, anche quando si ponevano «istanze di appropriazione, istanze di trasformazione ulteriore» (Vittorini) della realtà industriale, era per forza un rapporto prepolitico, non conflittuale, e per conseguenza non trasformativo.
Data la dissociazione dalla realtà prodotta dai rapporti di forza industriali («è, caro Attilio, il patto industriale», Pasolini), la letteratura dei tempi industriali ha spesso praticato una poétique du regard, che riassociava soggetto e oggetto per il tramite dell’annullamento del primo nel secondo, come se la realtà esistesse di per sé e sempre al di fuori di me per effetto dell’alienazione propria del mondo imposseduto e continuamente spossessato. E fin qui siamo alla ripresa oculare – propria di automi nevrotici – degli effetti della realtà industriale. Ma è davvero possibile impossessarmi di nuovo della realtà senza la vita, annullandomi nell’oggetto: senza vita, esiste un soggetto? La risposta è forse più clinica che critica; e in effetti se si vuole porre la questione in termini di trasformazione del reale – l’unico modo di sentire la realtà è la vita –, essa dovrebbe riguardare non ancora il soggetto, ma già la persona: se in fabbrica, lavoro dunque non sono, e mi determino perché lotto; in letteratura, parlo di me secondo me, sono dunque soggettività.
Lo specifico della letteratura working class si ricava dal suo nome che è una formula operazionale: «working» indica e sussume la condizione dello sfruttamento; «class» implica la coscienza del proprio esistere sociale a condizione che esista una classe sfruttatrice; perciò, anche il momento letterario è lavoro e immediatamente lotta per la liberazione da esso. Una simile operazione non può che essere racconto di vita della classe lavoratrice, per la quale verità e fantasia non si aboliscono a vicenda, ma sono entrambe strumenti per l’abolizione dell’irrealtà del potere. Ecco perché autobiografia e autofiction sono tra i generi più praticati.
La fabbrica dei sogni
Si sa che «da tempo il mondo possiede il sogno di una cosa», e che quella cosa è la rivoluzione; e che, per farla, non si tratta «di tirare una linea retta tra passato e futuro, ma di realizzare le idee del passato» (lettera del settembre 1843 di Marx a Ruge); «di realizzarne le speranze», scrisse qualcun altro. Che cos’altro possono essere i sogni della fabbrica raccontata da Valentina Baronti?
Tra le scritture dell’io, La fabbrica dei sogni occupa un posto speciale. La struttura del libro è triadica: c’è la fiction (la storia di Agata e Lorenzo), ci sono sette sogni (i ricordi e la fabbrica occupata) e otto lettere (destinate ai due giovanissimi ideali dedicatari). All’ingrosso, la tripartizione si fonda sul tempo in questo modo: il presente della finzione, il passato-presente del sogno, il presente datato delle lettere. In pratica, il passato è il tempo del ricordo, e il presente è il tempo dell’azione dei personaggi – compresa la loro azione ‘sognante’ e ‘sognata’ – e della scrittura dell’io.
Le figure del ricordo sono essenzialmente due, la nonna e il padre: l’una è figura dell’oppressione femminile, l’altro della passione e della delusione politica. Questi simboli di un mondo che non appartiene a chi lo vive sono figure della memoria e come tali sono personaggi che agiscono nella fissità di un tempo irrimediabile: sono famiglia, il gene e la storia della solitudine di Agata. «Non ho mai visto i miei genitori volersi bene», le disse una volta il padre. Lorenzo e Agata, invece, sono i personaggi del tempo che scorre, la cui corrente sembra fatta per sciogliere inesorabilmente i grovigli umani che il mulinare dei suoi vortici avevano per un momento annodato. Il vortice, in questo caso, è stata l’occupazione della fabbrica. Se Agata arriva alla fabbrica, è perché vi è attratta dalla sua memoria familiare: non c’è scampo; eppure non è una condanna, bensì una liberazione. La lotta operaia che lì si conduce è, infatti, l’occasione per ripopolare e fertilizzare il deserto esistenziale del mondo a scadenza creato dal precariato, e per rendere finalmente bella la vita in modo da riconciliarsi con i morti. A dimostrarlo, è ancora il tempo narrativo. Che siano sogni o vicenda, l’unico tempo in cui memoria e vita, personaggi e figure si incontrano è il presente della lotta di fabbrica.
La sola sezione uniforme e apparentemente a sé è quella epistolare, di volta in volta intitolata dalla datazione: il tempo è quello reale della scrittura, perché solo qui compare l’io scrivente, che mentre fa metaletteraria professione di sé, rinnovando la «room for her own» di Virginia Woolf, si identifica con Agata. Proprio perché il resto del romanzo è in terza persona, manca l’io narrante, naturale in una autofiction. Nonostante ciò, le caratteristiche del genere sono rispettate, o meglio appaiono riformate da una volontà pratica precisa: la separazione tra personaggia e autrice è in uno stesso momento compiuta e ricucita da un’istanza di realtà. E non tanto perché apprendiamo sin da subito che la storia di Agata è la storia vera dell’io scrivente-epistolare, ma per via della data nel paratesto. Tutte le date (19 luglio 2021-20 novembre 2023) rappresentano, infatti, altrettanti momenti della ormai triennale vertenza. Ma c’è di più: nelle lettere compare spesso una rassegna stampa sulla vertenza. Inserire in un testo letterario delle fonti giornalistiche senza manipolarle o inventarle imprime a viva forza un marchio di autenticità storica anche al tempo apocrifo della fiction.
Il lettore non ha scelta. Egli deve subito fare i conti con una storia che lo coinvolge perché è ancora in corso – «perché se sfondano qui, sfondano dappertutto» –, e della quale i personaggi stessi gli stanno chiedendo conto; infatti, sia che essi emergano dal passato, sia che scaturiscano dall’invenzione, la loro tangibilità è garantita dall’io storico dell’autrice. Insomma, l’io scrivente è la soggettività necessaria della letteratura-lotta, perché la sua attività reca implicito il tempo che manca: il futuro del desiderio. È dunque evidente che la struttura del romanzo sia costituita dal tempo, cui è affidata l’intera strategia narrativa e persuasiva – vorrei dire propagandistica – del libro. Del resto, che cos’è il tempo se non qualcosa che vendiamo sebbene ne abbiamo sempre meno: quale paradosso, una letteratura che si fa lotta ha più merito se scioglie?
La fabbrica-scena
Se lo sfruttamento è universale, che senso ha chiedere a chi lotta per il lavoro come sta? «Noi stiamo così e voi come state? Voi tutti, come state? Perché la cosa è paradossale» (24 luglio 2021). La domanda del collettivo di fabbrica è ormai celebre, e a ragione! Perché fintanto che i lavoratori non si organizzano nuovamente, continueremo a vivere nel paradosso capitalistico del lavoro senza lotta, che è come dire del lavoro senza utilità sociale. Non a caso la domanda figura anche nello spettacolo Il Capitale. Un libro che ancora non abbiamo letto, pronunciata da un operaio del collettivo. Che ci fa un operaio sul palco assieme a una compagnia teatrale, la Kepler-452? Non intendo che cosa ha spinto la compagnia verso la fabbrica, ma espressamente che cosa ci fa la fabbrica sul palco. Per rispondere, occorre prendere in considerazione la drammaturgia de Il Capitale.
Si tratta di una scrittura collettiva che combina il tradizionale teatro didascalico all’artificio del metateatro. Mentre lo spettatore è straniato, secondo il più tipico espediente del teatro epico brechtiano, dagli estratti del libro di Marx proiettati in didascalie armoniche con la generale scenografia industriale – siamo noi spettatori a «non avere ancora letto» IlCapitale: gli operai non ne hanno bisogno –, i personaggi dicono e sceneggiano come lo spettacolo sia venuto fuori, raccontano del loro incontro con due giovani autori bolognesi («quelli della Digos»), raccontano la loro vita in fabbrica e soprattutto di come trauma e resistenza al licenziamento collettivo abbiano cambiato le loro vite («Non avevo bisogno di uno psicologo, avevo bisogno di occupare una fabbrica!»). Biografia e dramma, spettacolo ed esistenza si sommano in un divenire che dal 9 luglio 2021 porta, attraverso quaranta mesi di lotta operaia, alla scena odierna. Ma il punto è questo: la scena è diventata la fabbrica, e noi siamo finiti nell’occupazione. Noi non vediamo attori e attrici, ma personaggi vivi. A dimostrazione dell’operazione antimitologica sta, infatti, una frase: «lottare non è lavorare?». Sulla scena, quindi, non stiamo vedendo altro che i lavoratori lavorare davanti a noi. Il metateatro è così portato alle sue estreme conseguenze, e annulla la finzione per troppa realtà (non realismo!). Come anche nel libro di Baronti, siamo trasportati in un mondo vero, attuale, che ci riguarda, e lo siamo in un modo sincero, urgente, che interpella.
In definitiva, se letteratura e teatro diventano, a contatto con la lotta operaia, strumenti di propaganda, non si può che gioire. La sborghesizzazione delle lettere è salutare proprio perché condotta in una prospettiva convergente di lotta di classe che finora si voleva abortita e aborrita; e invece proprio la vecchia via per il futuro comincia a essere finalmente sgombrata: l’immaginazione di un mondo diverso nasce dalla realtà pratica che ricostruisce il mondo devastato, previo sabotaggio dei piani del capitale.
[Articolo apparso per la prima volta su Hubaut il 19/12/2024)
«A un dio fatti il culo non credere mai», cantava De André. Il riferimento è alla cacciata del segretario della Cgil, Luciano Lama, dalla Sapienza a opera di indiani metropolitani e autonomi, il 17 febbraio 1977. È l’anno centrale del compromesso storico: il governo Andreotti III si è formato con l’appoggio esterno – cioè la non sfiducia – del Pci, che poté sfruttare la crescita elettorale per imporsi come unico interlocutore del governo monocolore estromettendo i socialisti.
Sono anni difficili per chi deve tirare a campare, ma il sistema in qualche modo regge per tutti gli anni ’70: l’inflazione galoppa, trascinandosi dietro un’economia nazionale che smette di crescere e stagna; ma nonostante le accise governative sull’energia, il costo della vita è rimarginato dal meccanismo della scala mobile che, con qualche sfasamento temporale tra pubblico e privato, consente di recuperare il quantum salariale eroso dell’inflazione. L’istituzione sindacale di questa indicizzazione retributiva orizzontale – il cosiddetto «punto unico di contingenza» del 1975 – fu additata come responsabile del livellamento dei salari tra categorie diverse di lavoratori, fatto che avrebbe scoraggiato la competizione e la crescita del mercato del lavoro; il che, tuttavia, era valido a meno di considerare l’anzianità di servizio. Il problema vero era effettivamente quello dei giovani: disoccupazione e scarsa valutazione dei titoli di studio. In pratica, c’erano troppi laureati perché il mercato li riuscisse ad assorbire; d’altro canto, un giovane di origini operaie o di piccola borghesia è indotto a vivere l’università di massa degli anni ’70 come un parcheggio, seppure molto costoso, nel quale la differenza sociale sfocia in lotta contro i «baroni», mentre le tenui prospettive di progresso sociale allungano ulteriormente i tempi e i costi di permanenza.
Il 17 febbraio 1977, un contestatore a cui era stato detto che così facendo favoriva i baroni, rispose: «’o sai quando fai contenti ai baroni? Quando cacci via dall’università 5000 lavoratori precari, quando metti le tasse a 120.000 lire, quando obblighi un proletario che deve venì a scola, a studià per 20 anni pe’ fà l’ingegnere, hai capito?» (audio registrato). Lo stipendio medio di un metalmeccanico si aggirava sulle 160.000 lire. Insomma, si tratta della generazione del primo precariato, i cosiddetti «non garantiti». Ed è per loro che Lama è lì quel giorno a concionare. Ed è da loro – la parte organizzata fuori dai ranghi del Pci, ovviamente – che viene cacciato. Ed è per loro che sostiene, l’anno seguente, di avere intrapreso una inedita programmazione economica nota come la «svolta dell’Eur».
In una celebre intervista concessa a Scalfari, Lama anticipò il programma elaborato dalla Federazione, che sarebbe stato esposto dai sindacati confederali il 13 e 14 febbraio 1978: «Sarà un momento determinante nella storia del sindacalismo italiano, perché i rappresentanti dei lavoratori saranno chiamati a decidere, sotto gli occhi di tutta l’opinione pubblica, quale ruolo la classe operaia intende svolgere per raddrizzare la barca Italia» (24 gennaio 1978). I rappresentanti dei lavoratori decisero il ruolo della classe operaia. Il ruolo consisteva nei «sacrifici»: definitivo superamento dei consigli di fabbrica, esuberi, mobilità e blocco salariale, altrimenti detto: fine della democrazia diretta nel lavoro, licenziamenti, ristrutturazione della cassa integrazione e addio alla scala mobile.
Si capisce che la classe operaia – ormai prossima alla trasformazione sotto la spinta della ristrutturazione capitalistica del lavoro, assecondata dai sindacati – fosse protetta e rappresentata solo da sé stessa: espropri della merce, autoriduzione delle bollette di energia e telefono («vogliamo pagare quanto Agnelli»), occupazioni abitative, scioperi a oltranza o a gatto selvaggio, finanche le rappresaglie contro i padroni per le morti sul lavoro e così via, insomma tutto ciò che veniva bollato come violenza e illegalità era, in tutta evidenza, difesa dei «bisogni» della classe e crescente movimento per la sua emancipazione dal lavoro salariato. È questo che era chiamato, in epitome, «bisogno di comunismo». Altro che sacrifici! Partito e sindacato si erano invece fatti parte del potere dello stato borghese arrivando ad appoggiarne la repressione e favorirne gli interessi contro la classe: di qui l’autonomia della classe.
Per reazione, la svolta dell’Eur decretò la fine del sindacato come soggetto sociale, e il suo passaggio a soggetto politico. Di lì a poco sarebbe finito il compromesso e il Pci sarebbe stato escluso nuovamente dal potere, senza che fosse riuscito a realizzare nulla di quel piano di riforme che l’accesso al potere avrebbe dovuto garantire secondo Berlinguer; il centro-sinistra (penta- e tetrapartito) avrebbe seppellito ogni ambizione della classe operaia; e i sindacati avrebbero perso il proprio storico rapporto con la base per ridursi al ruolo di controparte istituzionale nell’ambito della «concertazione», meglio definita nel luglio ’93, ossia del coinvolgimento diretto dei sindacati riconosciuti come rappresentativi (i confederali) nella programmazione economica del governo al fine di stipulare contratti collettivi nazionali. Questi tipi di contratti recano una forte impronta politica (del governo e degli interessi che esso difende), sono escludenti (dei sindacati di base) nel negoziato e non sono neppure impegnativi in assoluto in quanto basta che un padrone non li sottoscriva perché possa imporre altre condizioni salariali (come per molto lavoro povero di oggi).
Perché ricordiamo tutto questo? Perché chi cacciò Lama dalla Sapienza ci aiuta a capire meglio l’oggi e ci indica una strada per l’avvenire. Se prendiamo in considerazione gli ultimi mesi e le due date di sciopero generale contro la finanziaria, il quadro che si delinea è questo.
I sindacati di base hanno chiamato uno sciopero generale per il 28 novembre, ma nel riproporre la parola d’ordine Blocchiamo tutto hanno mostrato quanto sia rapidamente usurabile una parola che non corrisponda all’azione. Non la prassi dello sciopero generale, ma il blocco fatto prassi era stato l’elemento di conflittualità attiva delle giornate di settembre e ottobre; quindi, non le sigle sindacali di base, ma l’autoconvocazione di classe ha agito, prima, e ha smesso di intervenire, poi. Insomma, il blocco non è immediatamente mezzo di sfiducia del governo, bensì espressione di soggettività che vuole orientare il politico e farsi classe dirigente. La classe manifestatasi in autunno, infatti, si è mostrata indifferente alla contabilità elettorale delle piazze, perché sembra indifferente al voto. Al momento attuale, le piazze non consentono di trarre legittimità di pianificazione politica: consenso.
Il secondo sciopero generale è stato lanciato dalla Cgil, ma senza connotazioni politiche marcate, quantomeno in apparenza. La motivazione principale questa volta sono i salari. Infatti, non è un caso che Cgil-Flc sia stata l’unica sigla a non firmare a novembre il rinnovo con un contenuto aumento per la scuola, con riferimento al triennio 2022-24. Un ritorno ai bisogni dei lavoratori che è già un buco nell’acqua: il lavoratore, in questo caso, della scuola vede solo che si mercanteggia sulla sua greppia una partita politica contro un governo di destra. Questo si sente dire a scuola dai nati negli anni ’70. Anche se le cose non stanno così, perché di contratti ne ha firmati con i governi di destra, la Cgil deve ora mostrarsi meno politicante e più «sociale» (di «rivolta sociale», parla): dopo avere perso un referendum che è diventato terreno di scontro politico e la figuraccia del «primo sciopero per Gaza» del 19 settembre, la Cgil si è messa a fare quello che dovrebbero fare i sindacati di base, e viceversa.
Nessuna sigla si avvantaggerà delle due date, perché non si può far perdere due giornate a un salariato per un tornaconto politico. Da Gramsci in poi, è la vecchia storia dell’autonomia del politico, della ricerca del segreto della vittoria della borghesia sul e nel popolo, cioè quel polpettone in cui le classi democraticamente si confondono e l’antagonismo si disperde. Invece esiste un terreno di scontro in cui l’antagonismo è vivo o quantomeno emerge a sprazzi: è il diritto alla città. Come negli anni ’50 lo sviluppo modificò la forma della città attraverso emigrazione meridionale, speculazione edilizia e industrializzazione, creando il nuovo proletariato che avrebbe animato i venti anni successivi, così oggi sfollamento ed espulsione, estrazione fondiaria e turistificazione, decomposizione del lavoro dipendente in fornitura di servizi e disciplinamento della vita 24 ore su 24 in forma di lavoro autonomo definiscono la normale condizione delle città e mostrano a evidenza il perché caso e causa palestinesi abbiano risvegliato la coscienza del precariato italiano. Non è un caso che la seconda manifestazione di una soggettività antagonistica, che ha chiuso questo autunno, sia stata innescata dagli sfratti violenti di via Michelino, dove l’arroganza padronale ha abbattuto in diretta un muro, con su affisso un Corano!, solo per non perdere un’altra porta blindata.
Il dibattito degli anni ’70 su organizzazione e soggettività, se il luogo dell’antagonismo sia dentro e contro il capitale o contro e fuori dal capitale, torna attualissimo, con la necessaria attualizzazione. Oggi sembra che tutto quanto è o può essere emersione di conflittualità reale o ricchezza dei bisogni sociali venga immediatamente sussunto dal capitale a un tale livello da rendere impossibile la distinzione tra bisogni (valori d’uso) e sfruttamento (valori di scambio). Oggi produzione e riproduzione tendono a sovrapporsi, fino a coincidere: il tempo di circolazione del capitale, nel quale la merce si rigenera in moneta e il salario rimuta in merce, tende a essere inglobato nel tempo della produzione e del lavoro vero e proprio. Il proprio furgone, la propria casa, i propri anni di scuola, il proprio pc, il proprio smartphone, finanche la propria persona sono tutte cose da cui si estrae valore, sono autovalorizzazione del capitale, sono cioè luogo dello sfruttamento. Un tale stato di cose non può che reggersi sulla mistificazione della realtà, sull’ideologia che rovescia i rapporti reali. Per questo, solo un eccesso di violenza nella pratica costante del dominio è riuscito a bucare lo schermo squarciando il velo dell’ideologia. Solo genocidio e sfratto violento hanno rivelato la menzogna. Tuttavia, a queste condizioni le lotte si sviluppano in proporzione inversa alla violenza: l’antagonismo, cioè l’istanza soggettiva in rottura, emerge solo a un livello molto basso e disomogeneo della società, che è prostrato dalla sua condizione di sfruttamento e difficilmente può lottare anche per gli altri. Vedi gli scioperi nella logistica. A questo punto si agganciano le organizzazioni politiche.
La composizione politica odierna fiancheggia la composizione sociale, non ne discende. Le organizzazioni sembrano subire come una tara la propria storia di separatezza dalla società dello sfruttamento, e non mostrano di saper socializzare oltre un certo grado i propri saperi tradizionali e le capacità tecniche apprese dallo Stato (scuola, lavoro, etc.); inoltre, anch’esse sono state sussunte nella sfera della riproduzione, ora nel senso della sussidiarietà rispetto allo Stato, ora nel senso della trasformazione dei bisogni in merce o ideologia. È così che le organizzazioni non solo subiscono occasionali fenomeni di riflusso che sono sintomi di frustrazione e inanità della lotta, ma anche lamentano un’insufficienza rispetto alla classe.
Dunque, insufficienza soggettiva dell’organizzazione e deficienza organizzativa della classe. Come venirne fuori? L’unica ci sembra agire sul piano della tattica. Prendiamo sì le mosse dal sindacato, ma per passare finalmente, vertenza dopo vertenza, al politico. Alla strategia. Non c’è bisogno di federare le organizzazioni per avere forza, semmai c’è bisogno di condividere obiettivi pratici dettati dal bisogno-sfruttamento odierno.
Non una piattaforma unitaria di lotte, ma una piattaforma di lotte unitarie. Il che vuol dire un massimo di soggettività all’interno dell’organizzazione, poiché «è la lotta che fa l’organizzazione». Destrutturare il capitale è l’unico modo tattico per destabilizzare un gigante con le ginocchia di creta.
Bologna, 3 ottobre 2025: Sciopero generale. Foto: Michele Lapini
*Questo diario è nato dalla necessità di tenere traccia di quanto abbiamo vissuto in queste giornate, fin da subito manifestatesi come uno straordinario risveglio del conflitto in Italia. Il frutto di questo lavoro di stesura e osservazione è tutt’altro che individuale, bensì una sperimentazione di diario collettivo. Come potrete notare ci sono “Io” diversi che parlano, alcuni più riflessivi, altri più cronachistici, altri più inseriti all’interno degli eventi. Ci sono ubiquità spaziali. La spinta a capire cosa stesse succedendo ci ha portato quindi a registrare umori, sentimenti, limiti, potenzialità. Questo “diario” non pretende di avere alcuna risposta, certezza o pretesa di perfezione, vuole anzi essere uno strumento a disposizione per un dibattito sincero e ardito sul – dentro – ai bordi del Movimento. Anzi questo strumento pretende l’imperfezione, data dall’inevitabile intreccio di punti di vista situati, e dal fatto che è tutto in divenire, tutto in trasformazione, e questo “diario” è la restituzione di un nostro “camminare domandando”.
Lunedì 22 – primo sciopero generale per Gaza
Ieri è stato il primo, vero, effettivo, sciopero generale a cui io abbia mai partecipato. L’ultimo forse sarà stato nel 2012, 2011? Non ricordo con precisione, ma nulla a che vedere con quanto fatto in questo 22 settembre. La Cgil ha fatto come al solito la sua mossa riformista, da sindacato timoroso qual è diventato, anticipando lo sciopero a venerdì scorso e portando in piazza appena 5000 persone. Scissionisti, riformisti e, ancora una volta, timorati! Forse volevano mettere il cappello sul primo sciopero generale per Gaza, ma le persone hanno riconosciuto il 22 come giornata in cui fare sciopero. La mattina ci diamo la punta con altr3 compagn3 al provveditorato agli studi. Lì ci sono già centinaia di docenti, a cui si aggregano alcuni studenti mentre altre scuole sono in giro in corteo, pronte a confluire in piazza Scaravilli insieme agli universitari. Le sigle sono un po’ tutte assieme, non c’è distinzione ma solo una convergenza reale. Già solo tra i vari preconcentramenti della mattina – studenteschi, di docenti, dei Giovani Palestinesi, o di Plat e Bolognina antifa dal quartiere Bolognina – si superano le cifre della Cgil. In piazza Maggiore, invece c’è già un casino di gente. Il corteo è un fiume in piena e punta all’autostrada. Su via Stalingrado un primo blocco di polizia (forse volevano gasarci già lì), ma la dirompenza della massa riesce a far retrocedere lo schieramento. Arrivati in autostrada, invece, la rivelazione: in migliaia ci fermiamo ad occupare le corsie, resistendo agli idranti e ai lacrimogeni della polizia, nonostante la testa del corteo avesse già da un pezzo imboccato l’uscita. Scontri che continuano su via Stalingrado; la giornata non è finita, dopo una pausa in piazza Lucio Dalla si torna in corteo per andare a pretendere la liberazione dei compagn3 fermat3 in Questura. Nelle ore seguenti la riflessione è collettiva e si alimenta tra birre, chat, mailing list, assemblee.
Alcune riflessioni elaborate insieme all3 compagn3 nelle ore successive allo sciopero trovano spazio in questo documento: “Materiali per una critica di piazza”.
Mercoledì 24 settembre
Ieri notte è successo quello che tutti temevamo: Israele ha bombardato la Sumud Flottilla. Non ci sono stati morti, va bene, ma il gesto ci parla ormai di un diritto internazionale succube delle politiche di guerra di Israele, degli Stati Uniti e degli altri tirapiedi occidentali. Viviamo da tempo all’interno di uno stato d’eccezione, dove chi comanda è per definizione il sovrano di quell’eccezionalità. È dal 9 ottobre che Israele fa di Gaza e della Palestina il territorio attraverso cui imporre uno stato di eccezione globale, invadendo e infierendo su quell’ordine – anche voluto e desiderato dagli stessi stati occidentali – che si era definito nel dopoguerra. Onu, diritto internazionale, caschi blu, popolazione inerme, cittadini di paesi alleati: non c’è niente che non possa essere messo sotto attacco dalla lucida follia del sionismo. Il pericolo è reale e l’urgenza di scendere in piazza si percepisce nei tam tam sui social; in questi giorni persino alcune chat di massa sembrano essere diventate un organo di propaganda a servizio della causa. L’appuntamento è in piazza Maggiore. Dopo lo sciopero dell’altro giorno la presenza è importante, la piazza è piena. Saranno forse diecimila persone in piazza. La modalità di piazza rispetta quelle precedenti: presidio con comizio di almeno un’ora e poi partenza del corteo. Nel frattempo, vengono proiettate sulla Sala Borsa delle scritte laser per la Palestina. Dal microfono si annuncia la possibilità di un nuovo sciopero generale. Il boato. La gente esulta e scandisce a gran voce “sciopero, sciopero ge-ne-ra-le!”. Dopo poco si parte in corteo, l’aria è frizzante, siamo in movimento. Già dopo la prima svolta, però, il corteo si dirige verso il Pratello, lasciando molti di quelli con cui ho parlato con mille punti interrogativi sul perché e il per come. (Ma non dovevamo bloccare tutto?). C’è sconforto su questo e ripenso alla dinamica dell’autostrada, la testa che se ne va e il cuore pulsante che rimane a bloccare l’autostrada: il movimento reale è quello lì. A un certo punto, arrivati quasi in piazza san Rocco, il carretto dei compagni torna indietro, a destinazione rimangono solo usb, pap, e qualche gp. Frattanto la gente che non si era arresa alla possibilità di dare un senso alla serata si è accodata al carretto del cua. Il corteo riprende numeroso, forse duemila persone. Dalla coda un gruppo di giovani intona “stazione, stazione”. “Eccolo lì, il movimento”, ho pensato. Non appena si sciolgono un minimo le briglie, là dove l’atmosfera prende sfumature più sauvage, la piazza si rivela per i sentimenti reali che porta con sé: rabbia, coraggio, voglia di sfidare l’esistente attraverso forme di illegalità. A dispetto di questo, il corteo si fa lungo, la gente un po’ si perde e si finisce davanti al 38, dove i compagni improvvisano una barricata di copertoni. Va bene, ma l’entusiasmo della piazza sembra chiedere di più. Che fare?
Venerdì 26 settembre
Assemblea in Piazza Maggiore, chiamata da Gp, usb e pap. Partecipiamo anche noi. Io passo giusto per vedere che succede, ma niente, siamo in pochi. C’è qualche esterno, ma tendenzialmente c’è solo il ceto politico. Forse un’assemblea dopo che ieri ci si è riconvocati in piazza rischia solo di logorare? Sarà il caso di riflettere sulle modalità e le proposte organizzative: il giorno prima una tenue partecipazione ha risposto alla chiamata di usb per una nuova acampada in piazza del Nettuno. In tutto un paio di tende degli organizzati. Ma come? Il movimento reale chiede obiettivi e tutto quello che si riesce a fare è rispolverare un repertorio dell’anno prima? L’organizzazione appare statica e attendista. La pratica del momento è il blocco, non il presidio.
Mercoledì 1 ottobre
In questi giorni c’era trepidazione mista a preoccupazione. Tutti sapevano che il giorno ics, del blocco della Sumud, sarebbe arrivato oggi. In non pochi ci abbiamo perso il sonno, in ansia nottetempo per l’assalto sionista. La mia compagna si è persino svegliata nella notte per controllare se li avessero intercettati. Passa la giornata, si fa sera, mentre siamo in archivio parte una nuova diretta: è il momento, ora li hanno bloccati veramente. Partono dirette un po’ ovunque, pure sui gruppi WhatsApp e Telegram. Sembra di essere all’interno di quegli eventi globali che toccano la vita di tutti. L’attenzione è alta, e anche se non posso generalizzare è qualcosa che si percepisce, è nell’aria. Dall’archivio raggiungiamo il corteo in partenza da piazza Maggiore. Decine di migliaia in piazza, forse anche venti mila? Di più? L’energia nella piazza si sente, si scandiscono slogan potenti, si marcia con ritmo. Peccato che la testa del corteo abbia deciso ancora una volta di fare un giro insensato: si sale per Nosadella, poi viali da porta Saragozza fino a risalire porta Castiglione e di nuovo in centro. Nessun servizio d’ordine in coda: noie con qualche fascistello e imbarazzo per la gente bloccata mentre stava per tornare a casa e ti dice «Io sto con voi, ma…». Ma che cazzo c’entravano i viali? Ce lo chiediamo un po’ tutti. Nel frattempo, vengono dati alle fiamme dei cassonetti. La gente in mezzo al corteo non capisce il gesto, ed anche io francamente rimango un po’ stranito. È chiaro: “che senso ha bruciare un cassonetto là dove non c’è la necessità di farlo? Solo per intossicare la coda”. Sono varie le persone che borbottano questo pensiero. Incredibile, ancora una volta la piazza è più avanti delle avanguardie che pensano di poter assolvere al proprio ruolo con un gesto “estetico”. Qualcuno accanto a me infierisce: «Siamo proprio alla memoria dell’estetica del conflitto». La piazza, invece, sembra avere una sua autoregolazione, sembra sapere quando è necessario bruciare un cassonetto, usarlo per una barricata, e quando invece un senso proprio non ce l’ha. Sotto le due torri la testa del corteo si dirige verso piazza Verdi. All’inizio non si capiva bene, ma spontaneamente la gente aveva iniziato a marciare, dando vita ad un corteo selvaggio per il centro. Qualcuno intona “la stazione non è lontana!” e ancora “stazione, stazione”. Ecco che di nuovo la voglia della componente più conflittuale della piazza si manifesta. La domanda però viene spontanea “chi è alla testa?”. Corriamo avanti e la sorpresa è elettrizzante: nessuno. Non uno striscione, non un cordone, niente. Solo gente che cammina e scandisce slogan al ritmo dei tamburi. Siamo almeno in mille o forse più. Su Marconi la digos tenta la mediazione ma niente: «Fuori la digos dal corteo!». Il segnale di indisponibilità arriva forte e chiaro. Pian piano la gente si camuffa e, oltre ad un gruppetto di volti amici, sono le persone più disparate a seguire il travisamento di massa. L’intento è quello di arrivare in stazione, lì di fronte però scende l’imbarazzo più totale. Si tenta una direzione, poi l’altra, si tentano dei cordoni, ma non si sa come farli, e nemmeno c’è chiarezza su come praticare concretamente l’obiettivo. All’ingresso principale c’è troppa polizia, dunque si ripiega su Carracci. Ci si ferma di nuovo, il corpo a corpo non è praticabile, e nel mentre qualcuno tenta con ingegno di entrare da una porta secondaria. La polizia forse se ne accorge, spara cs e la massa arretra. Il tentato assedio alla stazione si conclude con qualche barricata di cassonetti. Ora almeno un po’ più utili di prima. Al di là dell’impaccio, questa sera ci ha mostrato che c’è un cuore del corteo che ha bisogno di esprimere radicalità, lo vuole fare, non sa come farlo da solo, ma c’è. La gente è serena, vogliono andare a sciogliersi in piazza dell’Unità. Mah. Una voce femminile: «Ci rivediamo domani» o forse «Ci riproviamo domani». Un altro risponde: «Ma ‘sta volta senza pompieri». «Bravo», conclude un altro.
Giovedì 2 ottobre
Un’altra giornata di passione, come piace scrivere ai giornali meno spassionati, incomincia. La delusione e la lezione del giorno prima improntano la mattinata. Il blocco è cominciato. Ad aprire la strada, anzi a chiuderla, sono per primi gli studenti medi. La mattina è la loro, le strade pure. Sigillano le porte degli istituti al Copernico, al Fermi, al Minghetti, al Sabin, costringono le masse studentesche sulla strada e il traffico va in tilt, finché non si schierano a corteo e puntano da ogni parte verso la stazione centrale. Questa volta qualcuno ci mette la testa, e sono i giovanissimi che forzano il cordone poliziesco e vengono manganellati. La loro azione ha rotto con l’equilibrismo dei sindacati, e il blocco si rivela per quello che è: non una pratica di lotta, ma un obiettivo praticabile dalla massa, una prassi di classe. Non c’è che da aspettare la seconda chiamata in piazza.
Il movimento è convocato in piazza Maggiore. Questa volta c’è determinazione. Anche la repressione lo sa, e difatti non ci arginano più all’angolo di Ugo Bassi, ma ci aspettano già in fondo a via Amendola, presidiano in forze e rinforzi l’ossessione bolognese: la stazione. Ma all’altezza di via Milazzo, mi pare, la testa del corteo procede col suo carro e viene staccata dalla retrovia che vira a destra. Si aumenta il ritmo, oggi non si sfila. All’altezza di Medaglie d’oro, su Pietramellara, una serie di tentativi per capire dove infilarsi. E invece no, l’obiettivo è via Carracci. Comincia una corsa eccitante, sessantottina. Lo sento dire da un ragazzo in corsa su Matteotti che dice all’amico: «Madonna! Che figata gli autonomi». Sceso il ponte, due camionette carrambesche chiudono la via, in mezzo un drappello nero. È il primo scontro dopo il 22 settembre. Il corteo viene respinto più volte, ma resiste anche ai tentativi di sfollamento col gas. È l’inizio vero e proprio dell’assedio della stazione. Ormai si può tornare solo indietro, e ci si riunisce davanti Medaglie d’oro. Qui c’è ancora il carro di usb, rimasto chiuso nella zona antistante il piazzale, mentre da Amendola alcuni gruppi tentano di sfondare la polleria americana dove si sono asserragliati gli sbirri. È ora che si innalza il livello dello scontro. Una pioggia di cs acerrimo comincia ad abbattersi sugli assedianti, talmente tanto fitta che investe anche i portici dove la gente crede di soffocare. Mentre malox e medici danno sollievo, un tiro basso raggiunge all’occhio una ragazza. (L’indomani si saprà che rischia di perderlo). Eppure non si demorde, il movimento è deciso a praticare il blocco anche a costo di fare esaurire le scorte di lacrimogeni. La cosa dura così a lungo che, per evidente attivazione di protocolli di sicurezza ferroviaria, la circolazione è stata comunque sospesa e da Bologna non transita niente e nessuno forse oltre l’una di notte. Più o meno vecchi militanti punteggiano una massa di neofiti della rabbia, una gioventù ‘trasversale’, che è ragionevole ipotizzare sia scesa in strada per la prima volta nelle indignate e verbose marce contro i femminicidi, e che oggi sfoga con la resistenza dei suoi corpi una rabbia sociale ed esistenziale a lungo covata. Si ripiega e ci si sbanda leggermente in piazza XX Settembre. C’è anche una componente di sottoproletariato che aggiunge alla piazza la sua istintiva confusione da gang puerile. Ma anche se la polizia avanza, la piazza non si ritira, semmai retrocede. Si sono formati ormai dei blocchi separati, che però riescono a loro modo a coordinarsi. Dopo circa un’ora di resistenza all’altezza dell’autostazione, durante la quale altri sono riusciti ad aprire uno spazio di occupazione fisica dei binari entrando dai viali per una traversa, sono partiti niente meno che i caroselli delle camionette. Fino a quel momento il viale era stato anche un luogo di decompressione e ristoro, animato persino da dei musicanti con tanto di tromba e grancassa che stazionavano nella via traversa che porta ai binari (quella che, a un occhio più avveduto, era in realtà un vicolo cieco in cui non infilarsi). Un ragazzo, sarà stato appena ventenne, mi si avvicina per chiedermi una paglia: «Eri alla manifestazione?», mi chiede, e mi mostra la bruciatura che si è procurato cercando di rilanciare al mittente una bussola di cs a mani nude. Credo abbia voluto imitare chi svolgeva il grato ufficio avendo però i guanti da lavoro! Inesperienza e determinazione: la chiave tattica dell’improvvisata arte poliorcetica di oggi. Insomma, il blocco è riuscito. Ma con i caroselli qualcuno sembra sia stato bevuto, e la massa scomposta si riordina in qualche modo risalendo verso Irnerio. Qualche cassonetto meno velleitario viene incendiato per coprire la ritirata verso la zona universitaria. In un misto di distensione e fotta, c’è chi rimane in via del Borgo a fronteggiare alla rinfusa una caccia all’uomo non meno selvaggia da parte della polizia, e chi si riversa in piazza Verdi. Sono le tre ormai. Ci si domanda che sarà domani dopo l’illegalità di massa di oggi.
Venerdì 3 ottobre, secondo sciopero generale – Bologna
Il concentramento è in piazza Maggiore. Uno spezzone parte dalla Bolognina. Ci sono gli occupanti di Carracci, studentesse e studenti delle scuole vicine e precariato diffuso. A occhio siamo meno rispetto alla giornata di sciopero del 22 settembre. Una volta in centro, la Bolognina si unisce allo spezzone studentesco che è partito dalla zona universitaria. Il corteo si ingrossa. Giunti in Via Rizzoli si ha ancora la sensazione di essere meno rispetto al precedente corteo. Resterà un’impressione momentanea: in pochi minuti la via si satura, non riesce più a contenere le persone che da piazza Maggiore strabordano nelle vie limitrofe. Anche Via Ugo Bassi è satura. Per tutto il corteo si rincorreranno voci: siamo 80mila, anzi no, 100mila, non è vero, siamo 130mila: un terzo della città! I più anziani dicono che a Bologna una cosa del genere non si era mai vista. Gli scontri della sera prima non hanno scoraggiato la partecipazione, l’hanno incrementata. Questo è un dato. Non si ha paura dei violenti: se lo scontro ha un obiettivo preciso, quello di bloccare a qualsiasi costo, questo viene accettato come forma di lotta dalla maggioranza che scende in piazza. Bisognerà tenerne conto in futuro.
Dalla stazione non si passa a ‘sto giro, il corteo prende prima i viali, poi fa il ponte di Stalingrado. Qui il colpo d’occhio riempie il cuore: un enorme serpentone di gente che satura tutta la via. Da dove sono non si vede né la testa, né la coda. Apro la diretta di Repubblica: la coda del corteo è ancora su via dei Mille – c’è scritto. Anzi, dai gruppi social arriva notizia che la coda estrema sta ancora lasciando piazza Maggiore. Una cosa inaudita.
Dopo il tunnel di Stalingrado c’è il primo contatto con le forze dell’ordine: vogliono che il corteo si fermi lì, non riescono a bloccarlo. Si prosegue. Altri tafferugli all’imbocco della tangenziale: sono costretti a lasciarci passare, la strada viene invasa. Siamo migliaia, si straborda in autostrada. La gente si ferma, chiacchiera, mangia qualcosa: schiscette, involti di mortazza, anche birrette e vinelli, che pare di stare ai giardini. Non vogliono sfilare. Vogliono bloccare, e lo fanno con una serenità che a tratti sconcerta.
Ci hanno lasciato circa un chilometro di spazio. All’uscita 5 c’è un nutrito schieramento di polizia e carabinieri. Sono circa le 14.30 quando decidono che bisogna che usciamo dall’autostrada e dalla tangenziale. Sulla tangenziale per forza di cose è rimasto il carro di usb, che a una certa smobilita e si porta dietro chi è stanco o non può proseguire, probabilmente. Sull’A14, invece, parte il lancio di lacrimogeni accompagnato da manganellate: di nuovo nessuno molla, e si innescano oltre tre ore di scontri. Bologna è paralizzata, il nord-est su ruota tira il freno a mano. Di 130mila, a resistere in autostrada sono comunque migliaia, si fatica a pensarli una minoranza; una volta si sarebbe detta avanguardia. Il blocco è riuscito a paralizzare un’arteria strategica anche oggi. Per ore. Nel corteo nessuno distingue tra buoni e cattivi: l’obiettivo era bloccare tutto, e qualsiasi mezzo è stato accettato pur di raggiungere il risultato. Dalla maggioranza dei manifestanti. È una novità di questo movimento anche questa: l’obiettivo praticabile dalla massa.
Anche questa volta ci sono stati arrestati, tradotti in questura. Le organizzazioni rimangono inquadrate e contano per sé, il resto della gente continua il suo blocco. Non si sa come portarle vie, mentre il sole cala e la coda si frangia. A prevalere è l’invito a resistere finché gli avvocati non comunichino il rilascio dei fermati. L’annuncio atteso arriva, e forse ci guadagna anche la polizia a farci andare via e rimandare lo scontro.
Tutto si conclude in Piazza Lucio Dalla, dove si concentrano anche coloro che hanno resistito in autostrada. Domani ci sarà il corteo nazionale a Roma. Se i numeri sono questi, sarà una cosa che non si vedeva da anni.
Venerdì 3 ottobre, secondo sciopero generale – Roma
Ormai due sere fa le forze d’occupazione israeliana hanno bloccato la flotilla. Come preannunciato, oggi è sciopero generale, di nuovo, ma a differenza del 22 settembre anche la Cgil ha aderito alla piazza. Il governo ieri ha tentato di depotenziare la giornata di oggi dichiarando inammissibile lo sciopero proposto da Cgil e Usb per il poco preavviso. Fortunatamente la giornata di sciopero rimane garantita grazie allo sciopero già lanciato da due settimane da parte del Si Cobas. Nonostante tutto, il clima sembra montare in tutta Italia e le immagini che arrivano sono di piazze stracolme ovunque. A Roma la punta è nella piazza di fronte a Termini. I numeri sono elevati, si parla di 300mila persone. Interessante notare che il dispositivo repressivo nei confronti della piazza sia tutto sommato esiguo, soprattutto se si considera che le stazioni sono state uno degli obiettivi privilegiati da questo movimento che si è dato come pratica principale quella del “blocchiamo tutto”. Di fatto non un poliziotto o una camionetta di fronte a Termini, che comunque subisce disagi, ritardi dei treni etc. Lungo il corteo fiume l’unico schieramento ingente di polizia si ritroverà soltanto di fronte al ministero delle infrastrutture, meno corazzato invece quello all’imbocco dell’autostrada, dove per altro viene di fatto concesso il passaggio e il blocco di parte del raccordo anulare. Il dato è di fatto incredibile, ma questo apparente clima di piena concessione agli obiettivi del movimento, a Roma, non si traduce in un salto di qualità delle istanze, delle pratiche e degli obiettivi che possono essere perseguiti. Dopo essermi aggregato allo spezzone di NUDM, il resto del corteo lo passo nei dintorni dello spezzone “di movimento”. È il classico carro che comprende le varie realtà, con uno striscione unitario che divide la piazza da quella dei sindacati veri e propri. Qui ci sono i compagni ex Degage, che ora hanno interventi un po’ sparsi tra scuole, università e Quarticciolo. La composizione della piazza mi sembra molto differente da quella bolognese. La presenza giovanile rimane sicuramente quella di maggioranza, sebbene si incrocino a difficoltà le componenti di un proletariato o sottoproletariato giovanile, che sia migrante o meno. Mancano all’appello i cosiddetti maranza, soggetto che probabilmente a Roma manco esiste, poiché le dinamiche di integrazione tra seconde generazioni e proletariato locale, subcultura trap, si muove su altre direttrici. Giunti in autostrada sono pochi quelli che si lasciano travolgere dall’entusiasmo di invadere tutte le corsie, forse perché in realtà la giornata è già conquistata. Il blocco non è evidentemente una pratica che alla piazza romana dice qualcosa di significativo. C’è anche un’altra cosa da dire, la vitalità della piazza non mi ha trasmesso la stessa energia dirompente percepita a Bologna nelle giornate scorse. I cori, ad esempio, vengono raramente cantati in massa, eccetto forse quelle situazioni topiche come durante un sottopassaggio o mentre gli slogan vengono lanciati dal camion. Ci sono delle cose che non capisco: mi sembra che la massa fiume stia nei ranghi delle organizzazioni, dimostrando quasi una certa fidelizzazione, “non c’è foglia che si muove se non è voluto dalla testa dello spezzone”, ma se così fosse perché non si è riusciti a costruire una scalata di livello? Forse è una falsa organizzazione quella che vedo, e quindi credo di vedere; e ancora, nonostante l’enorme eccedenza mi sembra di essere di fronte al paradosso per cui, in realtà, non c’è spazio per l’esondazione, per l’esubero, anche incontrollato; dove sta l’inghippo, nelle organizzazioni che saturano lo spazio? in una piazza depressiva incapace di farsi autonoma? Più probabilmente nel mezzo, come sempre.
Allo stesso tempo, anche le organizzazioni politiche mi sembrano all’interno di un empasse tutto determinato dai difficili equilibri dei rapporti tra gruppi. Se già difficili, nella capitale questi equilibri tendono maggiormente all’entropia. Mentre a Bologna si tematizza la necessità dell’unità con il rispetto di pratiche differenti, i compagni di Roma mi dicono che nei giorni passati universitari e sindacati hanno scazzato pesantemente. In sostanza non mi sembra ci sia stata la capacità di verificare – anzi manco di azzardare – delle ipotesi su questo movimento in termini conflittuali e di classe. La giornata si conclude dopo molte ore con l’occupazione della Sapienza. Nel frattempo, mi arrivano le immagini da Bologna, sono le 17.00 ed è da quattro ore che si dà battaglia con la polizia nell’autostrada bloccata. Abituato all’effervescenza bolognese, Roma mi ha lasciato l’impressione di una piazza un po’ smortina. Questa differenza andrà sicuramente indagata meglio: in parte mi sembra che dia ragione alle riflessioni fatte nei giorni scorsi con i compagni [limiti delle organizzazioni rispetto alla fase], dall’altra mi si presentano numerosi dati in più da approfondire. Vedremo domani, si prospetta una giornata croccante, anche se nessuno ha le idee chiare. Non so se darò troppo credito ai compagni del nazionale, vedremo.
Sabato 4 ottobre
Ci siamo. Un milione in piazza per Gaza, impressionante. La giornata con più gente in piazza che io abbia mai visto. Ci infiliamo nel corteo un po’ a caso, c’è di tutto. Pian piano si strutturano gli spezzoni, in testa i Palestinesi, al centro i Sindacati e i Partiti, ed in coda il “movimento”. Dal Colosseo ci fermiamo ad aspettare, e osserviamo il fiume che passa per 2 ore buone. C’è di tutto: falci e martello di ogni forma, colore e dimensione, gruppi comunisti dei più svariati manco fossimo alla “Parata della Vittoria” sovietica, spezzoni dei lavoratori che vanno dai sanitari, gli educatori, gli insegnanti, i lavoratori degli istituti di credito (!!! Ma questi da dove sono usciti???), del pubblico impiego. Di tutto. Anche oggi ho un’impressione particolare verso il corteo, un po’ diversa da quella di ieri. In realtà mi sembra che il corteo sia diviso in due, ma non in verticale, bensì in parallelo: gli spezzoni di ogni sigla sfilano vistosi, ma il corteo reale, la gente, gli scorre accanto quasi come se non si incontrassero nemmeno. È un’impressione ma è quella. I gruppi fanno i gruppi, i sindacati i sindacati, i partiti i partiti, e il movimento reale scorre come un fiume. Di fatto la giornata prosegue in maniera tranquillissima. Mi sembra non solo che la città sia arrivata impreparata a questo momento, ma che anche i compagni stessi siano giunti alla giornata di oggi con la domanda “e mo’ che si fa?”. Non c’è unione, non c’è intesa, non c’è termometro della piazza. Il paraocchi dei gruppi che si percepiva nelle giornate precedenti ha condotto i compagni nel vicolo cieco di Santa Maria Maggiore. Terribile Caporetto. Un’azione stupida sotto mille punti di vista. Ma dove corri staccandoti dal corteo, senza creare un minimo di dimensione di massa? Scherziamo? Vabbè. Andiamo a portare solidarietà ai fermati. C’è un corteo che si è mosso da San Giovanni a SMM, iniziano tarantelle varie, ma ancora una volta non mi sento di dare credito alla piazza romana. Sembra più una dinamica di chi vuole togliersi i sassolini dalle scarpe, non una reale reazione di rabbia per il fermo dei compagni, ormai anche già rilasciati. Ai margini della nube acre dei cs, ci fermiamo a fare due chiacchiere con un compagno di vecchia data e la sua amica. Esordisce con una massima: “Ci sono due modi di perdere a poker: quando hai una mano vincente e foldi perché non te la senti, ti mangi le mani, ma quando credi di poter andare in all in e vieni spazzato via, allora piangi”. Emergono una serie di considerazioni: da una parte la questione degli obiettivi, anche giocando a mosca cieca in centro a Roma si sbatte su un simbolo del potere, perché non c’è stata la capacità di dare un’indicazione al milione sceso in piazza? Il “blocco” è stato assunto come pratica in buona parte del paese, rompendo di fatto il dispositivo repressivo di Salvini, ma la prospettiva da mettere a verifica non deve essere la pratica statica, ma la sua natura di “prassi”, dunque come strumento di lotta, momento di crescita della classe e spazio di organizzazione. In conclusione, due battute su questa Gen Z e il carsismo delle eruzioni sociali. Ci fermiamo a riflettere sul fatto che per “noi” della nostra generazione, le ultime due settimane rappresentano un’ “Onda che ce l’ha fatta”. Forse sì, forse no. Però, va da sé che la generazione dei giovani di oggi è una risposta alla risacca totale esperita nei dieci anni tra il 2015 e il 2025, il blocco dell’adolescenza a causa del Covid-19 etc… forse anche per questo si esprime con modalità di piazza non sempre codificabili, con momenti di rabbia nichilista, sauvage, “alla francese”, il cui obbiettivo è la disseminazione del caos, che è poi la dimensione in cui sono nati questi nuovi giovani. Ci sarà da riflettere. Nel frattempo, mentre torniamo verso casa, incontriamo un gruppuscolo di giovanissimi che si aggira per le strade vicino a Termini. Neri, in silenzio, danno fuoco a tutto.
Lunedì 6 ottobre
Assemblea metropolitana a Crash, partecipazione inedita. Un centinaio di persone, tutti giovani, universitari o appena laureati. Uno dei temi più discussi è il rapporto con le pratiche di “violenza”, o per meglio dire l’“uso della forza”. Non è un tema liscissimo, c’è chi si pone eticamente il problema di esercitare “violenza”, riconoscendo però i contesti in un cui è necessario; c’è chi si pone il problema di come si sta in piazza e di come fare in modo che si inneschino delle dinamiche in cui ci si senta sicuri; non è tanto sulla prospettiva che si ragiona, ma sul capire meglio come si può far male allo stato di cose presente. La risposta istintiva al lancio di un lacrimogeno o ad una manganellata si è tramutata, in due settimane di conflitto, in uno spazio della consapevolezza, che è anche una porta aperta alla necessità di costruire e immaginare nuove forme dell’organizzazione, che ragionino sulla prassi a partire dalle pratiche di conflitto. Bisogna tornare a dare concretezza a quello che diciamo. Il conflitto, in questo, è maestro.
Martedì 7 ottobre
Oggi, grande giornata di passione pt. 2. Lo scandalo per il volantino dei Gp sul 7 ottobre lascia presagire già da ieri che la polizia tenterà in ogni modo di bloccarci. Infatti, appena arrivati in piazza le camionette, almeno 20, bloccano tutti gli angoli di piazza Nettuno e Maggiore. Siamo una settantina bloccati al Nettuno, accerchiati totalmente. Scene di follia repressiva mai viste in Italia. Vogliono farcela pagare per i giorni scorsi, netto. Il problema che ci ponevamo di fronte a questa piazza è che nel suo causare clamore rischia di rompere un difficile equilibrio che si era riusciti a trovare nelle due settimane precedenti di movimento, anche e soprattutto nell’integrazione tra componenti sociali diverse e nell’accettazione di pratiche diverse, conflittuali e pacifiche. Il timore, quindi, è che il movimento si smorzi totalmente. Da p. Maggiore arrivano i primi solidali, anche loro braccati dai blindati della polizia, mentre dall’università pare che ci stia per raggiungere un corteo di altri solidali. Insomma, un assedio all’assedio, ma senza che nessuno ci capisca un cazzo del da farsi. Dopo vari tentativi, la pressione della massa grazie anche alla mediazione di qualche legale, riesce finalmente a farci ricongiungere in p. Maggiore con gli altri solidali. Non siamo pochi, almeno 1000 persone, questo è già un dato di speranza. Nel frattempo, cerchiamo di mediare nuovamente per raggiungere altri solidali all’altezza di via Rizzoli. La polizia ad un tratto sembra più confusa di noi, corre da una parte all’altra per sbarrarci le strade che i loro stessi dirigenti ci indicano come percorribili per uscire dal recinto. Nella confusione di questo flipper sul Crescentone, ci si scambia pareri tra sconosciuti, ma in realtà uno con cui parlo mi dice: «Noi due abbiamo spalato assieme». Si riferiva all’alluvione di Bologna, quando il soccorso dipese per una settimana dall’autorganizzazione di massa. Nelle lotte gli sconosciuti si riconoscono. Vabbè… Palla in buca, il flipper è finito. Si apre un varco, la strada giusta è quella che dalla Linea porta a via Rizzoli, ma anche stavolta la polizia non ci capisce nulla e, non appena sbuchiamo in strada, dalle due torri partono le cariche contro il presidio di solidali accorso dall’università. Non siamo pochi per nulla, 2/forse 3mila persone o forse anche più, non saprei. La polizia carica e spezza una parte della massa, disperdendo anche con idranti su via Ugo Bassi. Ma che senso ha disperdere persone a cui non lasci vie di fuga? Sembrano volerci indurre allo scontro a favore di mille telecamere. Non a caso, un dirigente mi pare avesse intimato di scoprirsi a chi si fosse bardato per tutelarsi. Successivamente si riesce a partire in corteo su Strada Maggiore, continuando a fronteggiare la polizia che alla coda del corteo continua a caricare. La rabbia è altissima, la repressione poliziesca è in grado di ricucire le fratture causate dal post dei GP. Il diritto di movimento è stato riconquistato: 1-1 palla al centro.
Arrivati in piazza Verdi la massa è consistente e molti ragazzini si attrezzano per voler ripartire, come durante la sera del primo ottobre. Si intona “corteo, corteo”, ma la massa è indecisa. Parlando con uno di questi giovanissimi cerco di fargli capire che un obiettivo è già stato raggiunto e domani si torna in piazza, bisogna pensare di strategia. Ma non ne vuole sapere, per lui bisogna farla pagare. Rabbia e nichilismo. In tutto questo, solo una palestinese riesce a smobilitare la piazza. Dopo venti minuti di “free free Palestine” decide di arrampicarsi su un cestino e si lancia in un discorso strappa ovazioni: “bisogna lottare! Accanto alla resistenza palestinese, contro le bugie dei media”, lei e il suo popolo sono stanchi, è ora di andare. Scende dal cestino e usa la sua kefiah come striscione. Dietro di lei la massa si muove. Siamo circa 700, forse più forse meno, ma almeno i tre/quarti sono camuffati. Dato interessante. Si creano barricate per la strada, la massa è consapevole che prima o poi la polizia ci raggiungerà, ciò che è meno chiaro è cosa fare, se andare in stazione, andare in questura, stare in giro e aspettare che ci chiudano nuovamente, boh. È quello che succede su Righi, chiusura a panino, poi dei caroselli su piazza VIII Agosto, poi un altro panino su Irnerio. Io mi ritiro. Nonostante le genuinità di questo movimento se ne percepisce tutta l’immaturità. Mi domando come dare continuità a questa roba, come far capire la necessità della strategia a queste avanguardie gen z, tanto generose quanto perse nel sentirsi soli contro il mondo.
Mercoledì 8 ottobre
Bloccano la flotilla. Oggi un’altra verifica per la piazza bolognese. Siamo in 10.000, è un dato di continuità incredibile. Forse non si può dire lo stesso dell’estensione nazionale delle piazze. Però è un dato enorme. C’è stanchezza, si percepisce. Non ci sono più i regaz di ieri, oggi è tranquilla. Si termina in piazza Maggiore con Bella Ciao. L’indomani firmeranno gli accordi di pace, che succederà? Ma soprattutto, come rilanciare? Nelle chiacchiere durante il corteo provo a lanciare l’idea di un’assemblea, il movimento ha bisogno di fermarsi e riorganizzarsi, e la gente ha bisogno di percepire continuità, sicurezza. Chissà se ancora una volta le organizzazioni saranno un limite oppure abbatteranno le proprie barriere e diventeranno uno strumento a disposizione del movimento reale.
E oggi? E domani?
È ormai più di una settimana che è stato firmato il trattato di Sharm el Sheik. La puzza di colonialismo stantio la sentono tutt3, senza contare che continuano a fare la guerra ma la chiamano pace. Scommetto che ognuno in questi giorni si starà chiedendo “e ora? Che fare?”. Non so se è così, ma mi piace crederlo. Ognuno, nel proprio piccolo gruppo di amici, o di affinità, nelle sue assemblee, con 3 suo3 compgan3, con 3 coinquilin3, compagn3 di corso, di banco, collegh3. L’unico pensiero è quello di non retrocedere al senso di impotenza che governava le vite di tutt3 noi prima del 22 settembre. Come farlo? Come evitarlo? Credo che siano domande che tutt3 debbano porsi. Le realtà tradizionali della sinistra movimentista, nonostante il contributo enorme e indispensabile che hanno dato alla realizzazione di queste giornate, si sono dimostrate inadeguate a cogliere le spinte che provengono dal sottosuolo. Le vecchie forme organizzative non bastano più e la potenza convergente dell’equipaggio di terra, nel suo costruire una nuova identità collettiva, indicazioni e pratiche chiare, ne è stata la riprova. Il punto, oggi, è capire come fare tesoro di quello spirito. Quali spazi di organizzazione del conflitto – nuovi – si possono, o meglio, dobbiamo creare? Forse è questa la domanda più urgente. In un certo senso il “cosa fare” lo abbiamo capito tutt3 insieme: il blocco, il sabotaggio. Il “come farlo” o “come continuare a farlo” è invece un quesito che richiede l’immaginazione sovversiva di ognun3.